13 Reasons Why

13 Reasons Why: un teen drama che prova a cambiare le regole del genere

Rilasciata da Netflix il 31 marzo, 13 Reasons Why è un teen drama molto diverso da quelli che siamo abituati a vedere in TV, con temi importanti e un tocco mistery che dà propulsione al racconto.

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Pensavo di essere uscito fuori dal tunnel dei teen drama che, volente o nolente, costituiscono dei prodotti TV in cui ci si imbatte per forza di cose. Avevo deciso di smettere ma poi esce un nuovo episodio pilota e che fai? Non lo guardi? E il pilota di 13 Reasons Why avrebbe avuto il risultato di innescare una sessione di binge watching estremo, se non fosse stato per ragioni di vita vera. Ma meglio così, perché poi parliamoci chiaro: binge watching sì, ma se poi questo riduce i temi presenti in ogni episodio a una poltiglia informe? Dico questo perché, nonostante 13 Reasons Why sia perfetta per il binge watching, scoprirla con una pausa tra un paio di episodi e un altro permette di apprezzare meglio le sfumature della serie, più dark rispetto ai drama tradizionali. Ma andiamo per gradi.

13 Reasons Why è stata creata da Brian Yorkey, prodotta tra gli altri da Selena Gomez e adattata dall’omonimo romanzo del 2007 di Jay Asher. La serie, distribuita da Netflix il 31 marzo, racconta la storia del suicidio di Hannah Baker (Katherine Langford) che, prima di togliersi la vita, ha inciso su 7 musicassette (vintage alert!) i 13 motivi per cui ha deciso di porre fine alla sua esistenza. E il mezzo attraverso cui conosciamo la storia della studentessa è il suo compagno di scuola Clay Jensen (Dylan Minnette) che trova il pacco contenente le musicassette davanti la porta, senza sapere da chi l’ha ricevuto.

La prima cosa che mi ha colpito della serie è stato il titolo. Quello inglese, migliore dell’asettico e anonimo Tredici reso in italiano. Non per snobismo ma perché 13 Reasons Why imposta da subito le coordinate narrative: raccontare il perché Hannah Baker ha deciso di suicidarsi, mettendo da parte la classica domanda del “Chi ha ucciso…?/Chi è la vittima…?” tipica del genere mistery. Mentre in prodotti come The Killing, The Affair, Big Little Lies, Twin Peaks (solo per fare degli esempi al volo) la tensione nasce dall’accumulare indizi episodio dopo episodio per capire la persona al centro della narrazione e solo successivamente svelarne anche la motivazione, in 13 Reasons Why sappiamo già chi è la vittima del racconto ma contestualmente non sappiamo il motivo della sua scelta: la morte è un fatto, il motivo di quella morte costituisce la ricerca. Se il contesto scolastico e il mistero sembrano indirizzare gli eventi verso una costruzione in stile Veronica Mars o Pretty Little Liars, la serie Netflix per fortuna si dissocia da questo canovaccio virando su un genere young adult con Clay Jensen che non è un detective, bensì una persona direttamente coinvolta nei tredici motivi per cui Hannah Baker ha deciso di togliersi la vita: I’m about to tell you the story of my life. More specifically why my life ended. And if you’re listening to this tape, you’re one of the reasons why (Ti racconterò la storia della mia vita. In particolare, come mai è finita. E se stai ascoltando questo nastro, sei uno dei motivi).

Le 7 audiocassette hanno con sé un fascino peculiare, seppur macabro in questo caso, se contestualizzate nell’era del digitale, ma trova una giustificazione nel non voler adulterare il riferimento al libro originale da cui è adattata la serie. Ciò che Hannah ha inciso sui nastri non è solo una storia che racconta le ragioni del suo suicidio ma sono una sorta di vendetta post mortem sviscerata dalle sue parole live and in stereo. Hannah ha deciso di incidere queste cassette per mettere le persone responsabili del suo suicidio davanti ad un senso di colpa, davanti a una responsabilità che probabilmente hanno sepolto sotto una coltre di indifferenza e apparenza verso l’esterno: This mess was yours, now your mess is mine, si sente in sottofondo nel finale dell’episodio pilota. Paradossalmente, Hannah è in grado di controllare gli eventi che seguono il suo decesso anche da morta.

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La scelta di Hannah Baker man mano assume i contorni di una soluzione fredda, cinica, impassibile. Una decisione finale maturata all’interno di una quotidianità feroce, strutturata sulla social reputation (che non è una novità nei teen drama), con giudizi personali che diventano slang e alimentata successivamente da passerelle con tanto di selfie e hashtag #NeverForget davanti all’armadietto della ragazza morta. Non voglio entrare nel merito del tema bullismo con morali o messaggi da temario anni ’90, per restare sul vintage. Il messaggio nella serie c’è ed è bello forte, è difficile da fraintendere una volta arrivati fino in fondo. Quello che voglio sottolineare è che i temi non sono più quelli da “piccoli problemi di cuore nati da un’amicizia che profuma d’amore”, che adesso vengono deposti a favore di una descrizione del bullismo e suoi derivati (in tutte le varietà, dal sessismo allo slut shaming, passando per la colpevolizzazione della vittima) senza preoccuparsi di indorare la pillola e ricorrendo a un paio di scene forti, ben posizionate, in grado prima di sprigionare il malessere dello spettatore che poi culmina negli episodi finali. Personalmente, negli ultimi due episodi ho dovuto distogliere lo sguardo per due volte. Magari c’è un’esasperazione di fondo nell’inanellare una serie di eventi che possono minare la credibilità del racconto, per quanto sia esso stesso frutto di fantasia. Tuttavia, questo modo di rappresentare i fatti ci porta verso un altro fulcro della serie: il dubbio se Hannah Baker stia dicendo la verità oppure se il suo suicidio sia stato solo un modo per attirare l’attenzione, come sottolineano Justin Foley (Brandon Flynn) e compagni nel corso della stagione. Chi volete che creda a una ragazza morta suicida? Chi volete che creda alla vittima? Se si è uccisa è perché l’ha voluto. Perché se l’è in qualche modo cercata.

Hannah racconta la sua verità e contestualmente racconta anche quella delle persone a cui sono indirizzati i nastri. Affida la sua missione a una sorta di supervisore che si assicuri che tutti ascoltino quelle cassette (ragion per cui nessuno prima ha cancellato o distrutto i nastri). In questo senso 13 Reasons Why mostra una debolezza in stile Pretty Little Liars, punzecchiando lo spettatore e frustrandolo quando Clay si mostra riluttante a proseguire con l’ascolto. Cioè, senti la voce della tua amica su un nastro in cui ti dice perché si è uccisa e tu non ti lanci nel binge listening? Seriamente! Clay, “la verità ti renderà libero, ma solo quando avrà finito con te”. C’è da dire che nel libro da cui è tratta la serie Clay le cassette le ascolta tutto d’un fiato. Ma nella trasposizione televisiva l’ascolto dilazionato di Clay permette una costruzione del racconto attraverso alcuni flashback montati in modo fluido e preciso, che ci restituiscono una storia lineare, seppur ambientata su piani temporali diversi. Allo stesso tempo, questo permette l’introduzione di personaggi secondari in modo non invasivo e accurato.

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Ma quelli di Clay e di Hannah e dei compagni di scuola interessati ai nastri (con questi ultimi che ipoteticamente aprirebbero ad altrettanti spin-off con ognuno al centro della narrazione al posto di Clay) non sono i soli punti di vista tenuti  in considerazione. 13 Reasons Why è un racconto a tutto tondo che include anche la dimensione scolastica e quella familiare. La serie di Brian Yorkley ci descrive un ambiente scolastico tipico americano, con la continua corsa alla celebrità, ma incapace di intervenire all’interno di dinamiche interne. Una scuola inerte, che è più preoccupata per la causa legale intentata dai genitori della ragazza e che si nasconde dietro dei manifesti di prevenzione sul suicidio. Dall’altro lato ci sono i genitori di Hannah (interpretati da Brian d’Arcy James e Kate Walsh) devastati dalla morte della figlia – la scena in cui i due vanno a cena fuori è esemplare – e all’oscuro di quale sia stata la motivazione che l’ha portata a decidere sul suicidio: My husband and I…We never got a note (Io e mio marito non abbiamo trovato neanche un biglietto di addio). Uno spaccato di fragilità emotiva reso alla perfezione da un Kate Walsh in stato di grazia.

Il risultato dell’equazione è una storia ben costruita e ben girata grazie al contributo di registi del calibro di Tom McCathy (Spotlight), Jessica Yu (Scandal, The West Wing) e Gregg Araki (American Crime, Red Oaks). Le caratteristiche classiche dei teen drama vengono amplificate verso tinte più dark, rispecchiate in parte da una colonna sonora che con qualche cover in meno sarebbe stata più adatta. E magari, in questo caso, l’evoluzione dei teen drama passa anche per i costumi di Halloween di Sid & Nancy e i poster appesi nelle camere dei protagonisti (dagli Arcade Fire ai Joy Division passando per The Shins) che mostrano un gusto musicale tipicamente indie rock. 13 Reasons Why costituisce un’ottima riflessione su tematiche importanti, seguendo un’impostazione non convenzionale e non rigida, affidandosi a una narrazione che coniuga perfettamente il thriller psicologico al dramma adolescenziale. E per questo motivo si rivolge a un target più esteso rispetto a quello cui fanno riferimento i teen drama canonici. Il finale di stagione può benissimo aprire alla possibilità di un seguito e se la serie rimane fedele a se stessa, personalmente non vedo l’ora di conoscere le storie rimaste in sospeso.

Considerazioni a margine:

  • Il tema della vittima che mente è ripreso in questo periodo anche nei primi episodi della terza stagione di Broadchurch.
  • Tutti dovremmo avere un Jeff (interpretato da Brandon Larracuente) nella nostra vita.
  • Dylan Minnette in Saving Grace ha interpretato un personaggio che si chiama Clay. Deve avere proprio la faccia da Clay!
  • Nel finale originario del libro, Hannah Baker non era realmente morta ma tenta il suicidio e viene salvata. Tuttavia, Jay Asher, come riportato da Entertainment Weekly, decise che voleva dare un messaggio più forte che avrebbe perso un po’ di efficacia se Hannah fosse rimasta viva.
  • Dovrei togliere quel “No teen drama” dalla bio.
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Giovanni Trombino

Sul blog di Italiansubs da Febbraio 2016, mentre le serie TV le guardo da molto più tempo. Agli episodi pilota do sempre una chance, soprattutto se di genere drammatico: Mad Men, Treme, Six Feet Under per dirne solo tre. Poche comedy tradizionali, molte più dramedy e black comedy. No teen drama, ho già dato con Dawson's Creek.
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