Classifiche

Best of 2016: Top 10 migliori novità (di Giovanni Trombino)

La fine dell’anno è per antonomasia il periodo in cui si tirano le somme e si fanno bilanci. Seri ma anche seriali. Ecco quindi una top 10 di quelle che penso siano state le migliori novità del 2016.

Se vi dicessi che nel 2016 sono andate in onda, solo in America, circa 455 serie TV probabilmente vi metterete le mani nei capelli. Ah, ve l’ho detto?! Ve lo ripeto: quattrocentocinquantacinque. Non le ho contate ma ci hanno pensato i cervelloni della FX Media Research a farne una stima, ipotizzando, nemmeno a dirlo, un ulteriore incremento nel 2017 (si potrebbe toccare la vetta dei 500 show). Un mercato che i servizi streaming hanno contribuito a rendere più saturo negli ultimi due anni. Tutto molto bello: l’offerta è variegata, con i suoi pro e i suoi contro, ma scegliere 10 serie nuove in questo agglomerato seriale lascia fuori belle serie TV dalla classifica di fine anno.

Tralasciando i flop e le serie non inedite, partirei da un paio di fuori classifica per due ordini di motivi. Il primo: non sono riuscito a guardare tutte le nuove uscite nel 2016, complice un comparto di vita vera che mi ha assillato e mi ha tenuto lontano dallo schermo. In questo gruppo rientrano The Night Of, O.J. Made in America (che è un documentario in 4 parti ma è sul mio calendario seriale: misteri) e The OA. Per quest’ultima: Netflix potevi anche non farla uscire sotto Natale! Il secondo: se bisogna scegliere 10 serie nuove allora qualcuna, inevitabilmente, resta fuori. E tra le novità escluse a malincuore rientrano The Get Down, Quarry, Dirk GentlyUnderground, Billions, Insecure, The A Word, High Maintenance, One Mississippi, Baskets, Search Party per dirne qualcuna, insieme a un nome illustre: Westworld. Arriviamo così alla classifica delle 10 serie TV nuove di zecca che ho apprezzato maggiormente quest’anno, selezionandole tra schifezze, tante, e belle sorprese, fortunatamente.

 

10. Better Things – FX

Questa posizione originariamente spettava a Westworld, di cui avevo scritto anche il paragrafo. Ma poi ho pensato che effettivamente la serie di Pamela Adlon l’ho aspettata con più entusiasmo settimana dopo settimana rispetto a quella di Jonathan Nolan e Lisa Joy. Peraltro sono due prodotti diametralmente opposti e fare un paragone tematico o tecnico risulta illogico. Ciononostante ho preferito inserire Better Things perché la Adlon è riuscita a proporre un prodotto fresco che segue le orme del suo mentore, Louis C. K., ma che riesce a distaccarsene mantenendo un impianto personale e intimo. Siamo nell’area delle comedy su base familiare, che dipinge una famiglia tutta al femminile, in cui una madre single si barcamena tra lavoro, figlie e una madre sui generis. L’aver messo in scena una prospettiva personale ha permesso alla Adlon di dare sfogo a queste dinamiche con una buona dose di spontaneità, mettendone in evidenza conflitti e alternandoli a spaccati di dolcezza. Se non lo avete fatto, recuperate la serie prima della seconda stagione.

 

09. Fleabag – BBC Three

Ho avuto più difficoltà a riempire questa posizione che non le prime tre. Alla fine l’ha spuntata Fleabag, black comedy scritta e interpretata da Phoebe Waller-Bridge. Fleabag è un ottimo esempio di come una comedy in sei episodi possa funzionare in modo egregio, ricorrendo a un black humor perfettamente calibrato. Quella di Fleabag è la storia di una trentenne londinese alle prese con il suo futuro lavorativo (guarda un po’) e quello sentimentale (come prima). Al contrario di altre black comedy uscite quest’anno, Fleabag si avvale di un coinvolgimento diretto dello spettatore attraverso l’abbattimento della quarta parete da parte della protagonista, un’escamotage che da un lato ricalca lo spettacolo di cabaret al quale è ispirato, mentre dall’altro costituisce un accesso privilegiato alla personalità irriverente di Fleabag. Come ha scritto chiarachi nell’aperitivo, “quando Fleabag si rivolge alla telecamera, sembra più che altro che parli a un’altra versione di se stessa, quasi a darsi forza o a giustificare qualche comportamento”. Un personaggio che usa l’umorismo e il sarcasmo come sistema immunitario verso tutto ciò che potrebbe causare senso di colpa. Fleabag è stata una graditissima sorpresa perché è una black-comedy intelligente e con un buon ritmo, che mette in scena il narcisismo un po’ tipico dei millennials grazie a un racconto provocatorio e a tratti feroce.

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08. Goliath – Amazon

Questo legal drama creato da David E.Kelley e Jonathan Shapiro magari è passato un po’ in sordina ma l’ho trovato un ottimo prodotto televisivo, con una costruzione tutto sommato semplice ma con un ritmo e una recitazione ottimi. Billy McBride (Billy Bob Thornton) è un avvocato ex socio di un rinomatissimo studio legale di Los Angeles che si trova a intentare una causa contro una multinazionale, rappresentata dal suo ex studio, due anni dopo che uno dei suoi dipendenti è morto a seguito dell’esplosione di una barca a largo della costa americana. Potrebbe sembrare il plot di una qualsiasi legal drama con i due ex soci (l’altro è Donald Cooperman interpretato da William Hurt) che si scontrano e tutto ciò che ne consegue in termini di processi e rivalità. Tuttavia, Goliath si è guadagnato un posto in questa top 10 perché in soli 8 episodi riesce a tratteggiare dei personaggi ben definiti, dosando elementi ben precisi senza cadere in stereotipi narrativi. E questo penso sia stato possibile grazie a una ottima recitazione corale di tutto il cast (tra cui Molly Parker e Nina Arianda) e grazie a una narrazione oculata, che dà alle sotto trame il giusto peso e che consente una modulazione molto efficace del ritmo della serie, alternando momenti di intimità del protagonista a scene di pura tensione.

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07. The Young Pope – Sky/HBO

È il debutto di Paolo Sorrentino nel mondo delle serie TV ed è stata tra le più attese dell’autunno 2016. Ma sopratutto è la dimostrazione che il suo stile onirico e altamente simbolico è adattabile anche al mezzo televisivo. Le opere di Sorrentino o si amano o si odiano: non ci sono mezzi termini. E la storia di Lenny Belardo (Jude Law), personalmente, la metto nella colonna delle cose migliori del 2016. Perché Paolo Sorrentino non ha voluto raccontare solo la storia di un Papa, ma ha voluto raccontarne l’iperbole dell’uomo, quello fatto di carne, di sentimenti e di dubbi, che arriva a mettere in discussione tutto ciò in cui aveva creduto fino ad ora e che lo ha portato a diventare la massima autorità della Chiesa. Una personalità sfaccettata quella di Lenny Belardo, che si mostra attraverso i personaggi che lo circondano (Diane Keaton, James Cromwell e Silvio Orlando in stato di grazia), mostrandosi fragile, appassionato, autoritario. In molti avevano immaginato questa serie TV come l’House of Cards in Vaticano, ma fortunatamente non è stato così. Quella di Sorrentino è stata decisamente una scommessa vinta, in grado di andare a rinvigorire quel germoglio di serialità italiana che vale davvero la pena esportare.

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06. The Crown – Netflix

In linea di massima non sono un grande amante delle serie in costume ma questo drama di casa Netflix, che racconta la storia della regina Elisabetta II, mi ha coinvolto molto. The Crown non solo è la serie più costosa per il colosso streaming americano, 100 milioni di sterline, ma è anche il caso in cui i soldini sono stati spesi bene. Perché è inutile avere i miliardi se poi non finalizzi come si deve e crei delle schifezze (I Medici, mi leggete?). La serie ideata da Peter Morgan racconta la storia di Elisabetta II di Inghilterra (interpretata da Claire Foy) ma nel farlo racconta anche della famiglia reale inglese a 360 gradi. E infatti il titolo stesso è The Crown, la Corona, non un più specifico “The Queen”. Perciò uno dei meriti principali di questa serie TV è quello di essere biografica senza però essere solo quello, dando respiro anche a story line meno “centrali”. È ovvio che Elisabetta II sia il perno della narrazione ma ciononostante la sua personalità emerge man mano in rapporto con gli altri personaggi (interpretati tra gli altri da Matt SmithJohn LithgowJared Harris) grazie a una alchimia recitativa condita da riferimenti storici mirati. È una serie che si apprezza nella totalità delle sue componenti, con quelle tecniche che non sono da meno grazie ad una fotografia in grado di rispecchiare l’animo dei personaggi e una colonna sonora firmata da Hans Zimmer.

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05. Flowers – Channel 4

In principio doveva essere una miniserie, poi Channel 4 l’ha rinnovata causando moti di felicità in me e in jogi__ che aveva parlato di questa dark comedy in questo articolo. Flowers, creata da Will Sharpe, è una piccola gemma del 2016 e racconta la storia di una famiglia a cavallo tra il disfunzionale e lo stravagante, i cui membri sono tutti alle prese con interessi creativi: Maurice (Julian Barratt) è uno scrittore; Deborah (Olivia Colman) insegna musica; Donald (Daniel Rigby), il figlio maschio, inventa arnesi; Amy (Sophia Di Martino), la figlia femmina, fa l’artista. Sì, ma cosa la rende particolare? Flowers è una serie audace nel suo genere e nel tema che tratta: si parla di depressione attraverso una formula comico/umoristica che vira lentamente verso il drammatico, in modo lento e doloroso, con una famiglia che invece di essere una forma di supporto, man mano assume le sembianze di una zavorra di cui liberarsi. Un vortice emotivo di 6 episodi reso ancora più drammatico da interpretazioni magistrali con Olivia Colman e Sophia Di Martino a farla da padrone.

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04. Horace & Pete – webserie

Medaglia di legno per Louis C.K. per la sua serie che è spuntata dal nulla lo scorso gennaio sul sito dello stand up comedian americano. Senza alcuna promozione, in modo che lo spettatore potesse guardare la serie senza alcun tipo di aspettativa o pregiudizio creato da trailer o banner. Horace & Pete è stata, perciò, una scoperta innanzitutto perché prova a portare il teatro in TV: l’azione si svolge tutta nel pub gestito da Horace (Louis C.K.) e Pete (Steve Buscemi) e si sviluppa attraverso una serie di episodi in bottiglia in cui vengono messi in scena spaccati della vita americana che prendono vita dai dialoghi tra i vari personaggi (tra cui Jessica Lange Alan Alda). Horace & Pete è un ottimo esperimento televisivo, non so come altro definirlo perché si sottrae abilmente ad una classificazione di genere, utilizzandone dai più vari: dalla satira, alla commedia, al dramma, passando per i toni dell’umorismo nero che, i questo caso, tanto umorismo non è. Perché tutti coloro i quali intervengono nelle discussioni, in fondo, non sono nient’altro che persone che probabilmente frequentiamo nella nostra routine. Le cosiddette chiacchiere non solo fanno ridere, ma inducono anche alla riflessione a seconda della circostanza in cui vengono messe in scena. Ci sono storie e ci sono temi che portano avanti l’azione solo grazie alla recitazione e alla scrittura e che dipingono un affresco pressoché decadente dell’America del ventunesimo secolo. Una scelta audace, questa di Louis C.K., che tuttavia non si concede a tutti i palati seriali.

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E arriviamo al podio: fosse per me li metterei tutti sul gradino più alto ma non si può fare quindi, ecco le serie TV che occupano le prime tre posizioni nella mia top 10 delle novità del 2016.

 

03. Stranger Things – Netflix

Penso che Stranger Things abbia letteralmente incarnato lo spirito del revival/remake/reboot che sta possedendo, in maniera demoniaca, i vari network americani: la serie rivelazione dell’anno in grado di prendere la marea di ritorni seriali che stanno proliferando senza sosta, di incenerirli e di ballare sui loro resti lasciando tutti a bocca aperta. È la prova di come sono sia non necessario resuscitare personaggi e serie “morte” anni fa per contribuire a saturare un’offerta che è già eccessivamente ricca. È sufficiente attingere da un’immaginario specifico e modellarlo, cercando di incontrare il favore del pubblico. La serie ideata da Matt e Ross Duffer è un enorme tributo al cinema di fantascienza anni ’80, prendendone in prestito ambientazioni, tematiche e musiche in modo da essere catapultati ai tempi di Stand by Me o de La Cosa in 8 episodi. È un grande esempio di revival televisivo proprio perché in grado di giocare con la nostalgia dello spettatore al punto da assorbirlo nel racconto di tutti i personaggi, interpretati tutti ottimamente, e immergerlo nelle ambientazioni dark grazie anche a una colonna sonora eccellente. Terzo posto per questa serie che probabilmente merita di più ma, come ho detto poco fa, le metterei tutto sul gradino più alto.

 

02. American Crime Story: The People v. O. J. Simpson – FX

A proposito di anni ’80, Ryan Murphy quest’anno ne ha messo a segno un’altra, producendo una serie che, grazie alla scrittura di Scott Alexander e Larry Karaszewski, è riuscita a modellare l’operazione nostalgia a suo uso e consumo. E ovviamente anche a quello dell’audience. Il primo capitolo di American Crime Story, il cui titolo non brilla certo per originalità, si colloca tra il legal drama e le true crime stories riportando in TV uno degli show americani del secolo: il processo a O. J. Simpson. Con i dieci episodi della prima stagione, il padre di Gleeha optato per la formula della meta-TV (utilizzata successivamente in maniera più spinta per American Horror Story: Roanoke) per rivivere il processo del secolo, con il suo circo mediatico e le conseguenze per ciascun attore della farsa. Il grande pregio di American Crime Story è stato quello di condensare emozioni e drammi di una storia già largamente raccontata ma il cui fascino rimane ancora attuale. Un racconto chiuso quello proposto da questa prima stagione, che ha il suo punto di forza in un ritmo ben costruito e negli attori in grado di impressionare con delle performance che gli hanno garantito nomination in ogni premio per la TV. American Crime Story non è solo una ricostruzione di alcuni fatti processuali: è anche la TV che fagocita se stessa, assumendo nuove sembianze.

01. Atlanta – FX

Io a Donald Glover voglio bene assai. Da Community e per il suo lavoro parallelo nell’industria musicale con l’alter ego di Childish Gambino. Vi avevo parlato di questa serie qualche mese fa nell’aperitivo che ha accompagnato l’uscita sei sottotitoli dell’episodio pilota e dopo la prima stagione posso dire che Atlanta ha meritato il primo posto in questa top 10. Donald Glover dimostra di essere un autore già maturo, in grado di trattare temi ben precisi, utilizzando un linguaggio che si distingue per una sua cifra stilistica e connotato da qualche parentesi surreale (la Twin Peaks con i rapper, l’ha definita il creatore) che mira a incasellare uno spaccato di vita ben preciso: quello della scena rap afroamericana di Atlanta. Nel corso dei 10 episodi che compongono la prima stagione, Glover spazia da episodi che prendono di mira la stessa TV e l’industria musicale mainstream, fino a episodi più duri che raccontano la violenza della polizia che si consuma nei sobborghi della città della Georgia: Atlanta non è solo il set della serie ma è una sorta di personaggio ambiguo ricco di idiosincrasie e di contraddizioni, un manifesto di una realtà provinciale che Donald Glover vuole smontare ricorrendo a una satira molto sottile ma non per questo meno pungente.

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Questa era la mia top 10 di quelle che penso siano state le migliori dieci nuove proposte del 2016. Per alcune è già scattato il rinnovo: Atlanta, American Crime Story (che torna con una stagione sull’uragano Katrina), Stanger Thing, (rinnovata per acclamazione dall’universo), Flowers, The CrownBetter Things. Per le restanti serie non c’è ancora alcuna notizia, speriamo siano nei buoni propositi dei rispettivi network per il 2017. A me non resta che augurarvi un buon anno!

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Giovanni Trombino

Sul blog di Italiansubs da Febbraio 2016, mentre le serie TV le guardo da molto più tempo. Agli episodi pilota do sempre una chance, soprattutto se di genere drammatico: Mad Men, Treme, Six Feet Under per dirne solo tre. Poche comedy tradizionali, molte più dramedy e black comedy. No teen drama, ho già dato con Dawson's Creek.

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