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Finalmente svelati i rating delle serie Netflix

Qual è la serie Netflix più seguita e perché finora non se ne sapeva nulla?

Prima di rispondere a queste domande, facciamo un passo indietro, al momento in cui venne concepita la serie Netflix di punta: House of Cards. I fatti si svolsero più o meno così: nel 2008, David Fincher stava ultimando la lavorazione de Il curioso caso di Benjamin Button quando il suo agente gli mostrò la miniserie BBC House of Cards, l’originale inglese della ora più nota serie con Kevin Spacey. I diritti dell’originale inglese erano stati acquisiti dalla casa di produzione indipendente Media Rights Capital, che voleva farne un remake americano. Fincher decise di partecipare al progetto.

La serie fu proposta a più network, tra i quali HBO, Showtime e AMC, ma fu Netflix ad aggiudicarsela con un’offerta di 100 milioni di dollari per due stagioni, sull’unghia e a scatola chiusa. In un mondo dove le sorti di un programma TV possono cambiare da una settimana all’altra in base ai capricci dei rating, si trattava di un’offerta senza precedenti per una serie della quale non era ancora stato girato neanche un pilot.

Come faceva Netflix a sapere per certo che la serie sarebbe stata un successo? Pur avendo due talenti a bordo come Fincher e Spacey, nessuno avrebbe rischiato tanti soldi su un potenziale flop. Ma Netflix sapeva per certo che non sarebbe stato così: incrociando i dati a propria disposizione sulle preferenze dei propri utenti, infatti, era emerso che una larga fetta degli abbonati al servizio streaming fosse costituita da appassionati di thriller a sfondo politico (come l’originale miniserie di House of Cards), ma anche di appassionati di film con Kevin Spacey e di film diretti da Fincher. Una “tempesta perfetta di materiale e talenti”, come l’avrebbe definita in seguito Ted Sarandos, responsabile dei contenuti di Netflix.

Insomma, Netflix sa esattamente cosa piaccia o meno ai propri utenti, basandosi su informazioni molto più dettagliate di quelle a disposizione dei giganti della broadcast TV. È il potenziale del “big data”, la possibilità di avere a propria disposizione enormi quantità di dati grezzi (visualizzazioni, orari, generi, fasce d’età…) da analizzare e sfruttare per estrarne informazioni preziose.

Forse è proprio per questo Netflix è molto gelosa di questi dati e si è sempre rifiutata di diffondere i rating delle proprie serie originali. Un segreto custodito gelosamente ma che da due settimane non è più tale, grazie all’istituto di ricerca di San Diego, Luth.

A Luth hanno messo insieme un campione di 2.500 abbonati al servizio streaming americano. I titoli visualizzati da questi utenti via computer, tablet o smartphone sono poi stati registrati e incorporati in un dato unico, un po’ come si fa con l’auditel in Italia. Una panoramica dei risultati, per quanto riguarda le serie Netflix Original, cioè le serie prodotte da Netflix, è riportata nella figura qua sotto.

Ratings Netflix

Diversamente dai classici network, per i quali i dati d’ascolto sono “discreti” (tot milioni di utenti sintonizzati a un certo orario per seguire un certo programma), nel caso di Netflix (come di qualunque altro servizio on demand) i dati per gli ascolti devono essere “continui”: registrare cioè la quantità di utenti che accedono a un certo contenuto ogni giorno per un tot di giorni dalla messa in linea del contenuto stesso.

Ad esempio, il 3% del campione ha visto almeno un episodio di Daredevil il terzo giorno dalla messa in linea della prima stagione della serie, e così via. Come è facile intuire, proprio Daredevil è stata la serie Netflix Original di punta fino a questo momento, col 10,7% del campione che ha fruito di almeno un episodio della serie Marvel entro 11 giorni dalla messa in linea. Molto meglio che per la terza stagione di House of Cards, ferma al 6,5% dopo 30 giorni.

Anche la nuova comedy di Tina Fey, Unbreakable Kimmy Schmidt, ha battuto Frank Underwood e soci con il 7,3%, sempre a 30 giorni, mentre Marco Polo e Bloodline hanno avuto un avvio più incerto.

Si tratta di dati molto interessanti – e non del tutto sorprendenti – ma c’è un però. Un difetto di questo sistema di rilevazione riguarda le modalità di visualizzazione ammesse dal campione, che esclude tutte quelle che avvengono mediante media player o console collegate alla TV. L’istituto di rilevazione, infatti, non è a conoscenza della fetta di utenti di Netflix che fa uso di questi metodi alternativi per lo streaming (Netflix, come dicevamo, è piuttosto gelosa dei propri dati) e non può incorporarlo in maniera affidabile nel proprio campione. Proprio in questa fetta di utenti, però, potrebbe nascondersi una maggior quantità di spettatori per serie più da “adulti” come House of Cards o Bloodline.

Dati incerti, sicuramente poco affidabili rispetto ai dati Nielsen per i network tradizionali, ma che danno un’idea del successo delle serie prodotte dal colosso americano dello streaming. Che, nel frattempo, si rifiuta di commentare questi dati. Netflix, del resto, non trasmette pubblicità, quindi l’analisi degli ascolti perde la centralità che la caratterizza nel panorama delle serie broadcast. Insomma: se non bisogna vendere spazi pubblicitari, perché preoccuparsi di quando o come gli utenti guarderanno House of Cards?

Si sa che prima o poi lo guarderanno, e tanto basta.

Autore: potomac

Fonti:
Variety
New York Times
Huffington Post

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Marco Quargentan

Itasiano da ottobre 2008 grazie ad House MD e Lost. Blogger e Moderatore da giugno 2013 grazie a Game of Thrones, Traduttore da giugno 2015. Informatico di "professione", sassofonista per caso, appassionato di basket, player spasmodico della serie Legend of Zelda, lettore compulsivo di JRR Tolkien e GRR Martin (entrambi before it was cool), drogato seriale. Non chiedetemi la mia serie preferita, non saprei scegliere fra quelle che adoro.
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