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La prima stagione di The Strain: un’occasione sprecata

Siamo in autunno, insieme ad infradito e bermuda cominciamo pian piano a impacchettare le serie estive e metterle nell’armadio per lasciare spazio a quella tonnara che è il palinsesto autunnale di ogni addicted che si rispetti.

Nel precedente pezzo vi abbiamo presentato la nostra non esattamente lusinghiera recensione della seconda stagione di The Bridge, mentre in questo articolo parleremo dell’appena conclusa prima stagione di The Strain, l’horror drama creato da Guillermo del Toro e Chuck Hogan (autori anche della trilogia di romanzi horror da cui è tratta la serie), con Carlton Cuse come showrunner (immagino che qualcuno di voi possa ricordare vagamente questo nome) e che è stato trasmesso da FX. Attenzione, seguono leggeri spoiler sugli sviluppi della trama.

Disclaimer: Chi vi parla è un grandissimo appassionato delle serie prodotte dalla FX, da Sons of Anarchy e Justified, passando per Fargo e The Americans, fino ad arrivare alle comedy come Louie e The League. Ho fatto questa precisazione per farvi capire quali fossero le mie aspettative e  la portata della mia delusione nei confronti di questa prima stagione. Quando ho scoperto questa serie ho pensato che l’equazione FX + Guillermo del Toro + Corey Stoll (bravissimo in House of Cards) contenesse tutte le variabili necessarie per un altro slam dunk. Ho pensato: una serie sui vampiri che parla effettivamente di vampiri, senza che necessariamente debba tutto andare a finire nel pentolone degli amori interrazziali e della struggente scelta tra una razza di mostro e l’altro; cosa potrebbe andare storto? Un trailer confezionato in maniera egregia prima e un pilot interessante anche se un po’ troppo lungo poi, mi avevano convinto definitivamente ad imbarcarmi in questo incasinatissimo viaggio di 13 episodi nel mondo del vampirismo. La presenza nel primo episodio di Sweet Caroline di Neil Diamond e di quel capolavoro che è Gimme Tha Power dei Molotov (retaggio degli anni da teenager, perdonatemi) non ha fatto altro che accrescere il mio interesse nella serie. Lo scenario aeroportuale è un trope molto diffuso nel mondo della fiction, ed il pensiero va subito a Fringe, ma anche a quell’ottima spy story che è L’ora del leone di Nelson de Mille. E’ uno strumento narrativo conosciuto ma efficace, che fa sempre il suo effetto, specie nel mondo post 9/11 in cui viviamo, e nonostante lo spettatore sappia che quello che si trova di fronte ai protagonisti non è un classico caso di pandemia, la scelta degli autori raggiunge l’obiettivo di presentarci in maniera efficace i nostri personaggi principali, mettendoli subito al centro dell’azione, in un setting inquietante e fortemente radicato nell’immaginario collettivo come quello dell’aereo.

guillermo del toro

Guillermo del Toro

Nonostante le ottime premesse, i primi problemi cominciano ad affiorare abbastanza rapidamente e rappresentano un costante di tutta la stagione, e qui ve li presentiamo punto per punto.

– La serie ha faticato ad arricchirsi di personaggi secondari di livello adeguato, per un Fet, interpretato un grande Kevin Durand al quale gli autori hanno saggiamente assegnato le migliori battute della stagione, ci sono un Gus e la biondissima hacker introdotta intorno a metà stagione. Specie Gus, interpretato da Miguel Gomez si è rivelato un personaggio totalmente monodimensionale e caratterizzato da una stupidità quasi borderline.

– La reale apparenza fisica di Eichhorst e del suo padrone, il The Master che dà il titolo all’ultimo episodio è talmente improponibile da risultare quasi difficile da guardare. I semplici vampiri o strigoi come vengono chiamati nella serie, sono inquietanti e disgustosi e funzionano alla grande. Il che rende ancora più bizzarra la decisione di dare un aspetto cartoonesco e poco credibile al vero big bad della stagione. Se qualcuno dovesse avere una spiegazione sensata per questa scelta si senta libero di farmi fare una figuraccia e lo scriva nei commenti.

– Un’altra caratteristica di questa serie che si è presentata fin da subito è che, come accade molto spesso nelle serie horror o fantascientifiche (a tal proposito citofonare a casa Kirkman), si tratterebbe di un family show calato in un contesto horror. Il gore, abbastanza corposo fin da subito, avrebbe dovuto fare da contorno ai dilemmi e ai sentimenti della famiglia Goodweather, colonna portante della serie e della ristretta cerchia di personaggi principali. Ma l’interesse verso queste vicende scema abbastanza rapidamente, di fronte al perenne atteggiamento da boyscout afflitto da demoni di Corey Stoll che porta rapidamente lo spettatore nel campo dell’irritazione. Delle vicende della famiglia di Nora, interpretata dalla bellissima Mia Maestro (Ah, Nadia, quanto mi manchi…) e di Gus non voglio nemmeno parlare perché non meritano alcun approfondimento o riconoscimento della loro esistenza.

– Nonostante la fotografia eccellente e delle buone scenografie, la serie non riesce a portare a segno delle scene d’azione che riescano a colpire veramente. Anche l’episodio più bello della stagione, senza dubbio l’ottimo Creatures of the night, una sorta di bottle episode (per la sua ambientazione) ricchissimo di azione; nonostante riesca a mantenere elevato il livello della tensione non riesce a presentarci scene d’azione realistiche. Dai dialoghi ai combattimenti, c’è sempre qualcosa che suona falso.

– Un episodio finale povero di pathos e tensione, senza le stakes emotive necessarie a tenere lo spettatore incollato allo schermo col fiato sospeso e il cuore in gola. Non mi dilungo ulteriormente sull’episodio finale per non cadere nella trappola dello spoiler.

– Last but not least la questione della lingua. Trovo inaccettabile che in una serie cable, di un canale in crescita come FX, durante i flashback ambientati ad Auschwitz nel 1944, il personaggio di Setrakian si ritrovi a parlare sempre inglese, sia con i propri compagni di prigionia che con i suoi aguzzini. In questo caso posso accettare che sia un mio problema, ma torniamo alla questione delle aspettative. Quando Agents of Shield fece un’operazione simile non mi ero indignato più di tanto, proprio perché riconosco il contesto diverso nel quale quella serie viene inserita, ma in questo caso non me la sento di concedere agli autori la carta “esci gratis di prigione”. Joe Weisberg e lo staff di autori dietro The Americans non sembra che abbiano problemi con le scene girate in russo, quindi penso sia lecito attendersi uno stesso livello di cura dei dettagli da parte di Carlton Cuse e la sua squadra.

Corey Stoll

Nonostante la critica americana abbia mostrato poco amore per questa prima stagione, ma si sia impegnata fin troppo a perculare selvaggiamente il parrucchino di Corey Stoll, capace di attirare l’attenzione ben più degli strigoi, gli ascolti sono stati più che soddisfacenti, e hanno convinto il network a rinnovare la serie per una seconda stagione. Gli spunti interessanti da cui poter ripartire non mancano, e lo spazio per aggiustare i problemi ereditati da questa prima stagione c’è tutto. Voi cosa ne dite, l’estate prossima vi risintonizzerete sulle frequenze del parrucchino di Corey Stoll o ne avete avuto abbastanza? Fatecelo sapere nella sezione commenti!

 

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talpa10

29 anni, blogger su itasa dall'estate 2014 con una predilezione per i series finale. Sono sempre stato un fedele suddito di HBO ma negli ultimi anni ho trovato rifugio sicuro tra le braccia di FX. Nick Miller e Ron Swanson i miei spiriti guida
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