L’azienda leader per il noleggo (e lo streaming) di film e serie tv sembra essersi impegnata seriamente nel proporre un palinsesto alternativo alla tv tradizionale. La qualità c’è, i numeri si vedranno.

Praticamente John Goodman con la parrucca

Qualche tempo fa è uscita la notizia che Jenji Kohan, produttrice di Weeds e amante degli occhiali buffi, stia discutendo con Netflix la produzione di una nuova serie, Orange is the New Black, tratta dal romanzo autobiografico di successo di Piper Kerman. La storia è quella di una donna in carriera, con uno splendido fidanzato e un tenore di vita medio-alto, che finisce in prigione per un anno a causa di un errore di gioventù. La casa di produzione è la Lionsgate (con cui Netflix ha stretto una serie di accordi negli ultimi mesi) e l’accordo prevede la realizzazione di 13 episodi.

Netflix è un’azienda californiana lanciata nel 1998 che offre in cambio di un abbonamento mensile la possibilità di affittare DVD e videogiochi via Internet, e che vengono rapidamente consegnati per posta nelle ore successive; l’altro servizio, attivato più recentemente ma in crescita esponenziale, consente di vedere in streaming film e serie tv. Il costo varia in base al paese (è attivo negli USA, UK, Irlanda, Sudamerica, Canada e Messico); negli Stati Uniti il prezzo è di 8 dollari al mese per lo streaming illimitato oppure per il noleggio (illimitato) di DVD via posta; l’offerta è vastissima, dal momento che l’azienda ha stretto accordo con le principali major americane,  e include oltre 100.000 titoli. L’anno scorso i clienti del servizio erano circa 24 milioni e i ricavi hanno superato il miliardo e mezzo di dollari.

Quella della Kohan sarebbe la quarta serie originale prodotta da Netflix; nell’ultimo anno, infatti, il servizio ha già avviato la trasmissione Lilyhammer, serie norvegese con l’ex-Soprano Steve Van Zandt, e House of Cards, attesissimo progetto di David Fincher con Kevin Spacey a coprire il ruolo del protagonista. Qualche mese fa è stata annunciata anche una quarta serie del popolarissimo Arrested Development, di cui Itasa sta recuperando le vecchie puntate.

Netflix

Le applicazioni mobile sono la ciliegina sulla torta

Produttori e maestranze non nascondono la curiosità e l’interesse per Netflix, i cui profitti sono aumentati del 60% lo scorso anno e che quindi non solo ha disponibilità ad investire, ma è anche slegato dalle logiche pubblicitarie-commerciali che costituiscono un grosso ostacolo a creatività e continuità produttiva. Lavorare con Netflix significa vendere tutta la serie subito, lavorare con zero o pochissime intromissioni da parte dell’emittente, limitare le pressioni esterne (forme di censura, polemiche, ecc…) e ignorare la concorrenza di orario/slot. Ci si può persino slegare dai meccanismi di ritenzione del pubblico (climax iniziale e finale della puntata) dal momento che presumibilmente la serie non verrà “consumata” secondo la logica della dose settimanale, ma piuttosto in base alla disponibilità di tempo di chi guarda. E infine, è una risposta al rebus della pirateria: quando la differenza fra scaricare illegalmente una serie/film e e farlo in modo legale sono 8 dollari, e in più per un mese dispongo di una libreria video illimitata, il dilemma morale può essere sciolto più felicemente. Questo significa più clic per Netflix e (c’è da augurarselo) un maggiore riconoscimento agli artisti.

Purtroppo l’Italia non sembra rientrare nei piani a breve termine di questo o altri servizi web-based. E basta un occhiata al nostro paese per capire perchè: l’elevato digital divide (non solo in termini di banda e infrastrutture, ma anche di alfabetizzazione informatica), la fedeltà, ancora molto alta, ai media tradizionali; la scarsa diffusione di carte di credito o moneta elettronica, l’età media italiana che rende improbabile una rapida risoluzione dei tre problemi sopra. Non parliamo nemmeno della consegna rapida di DVD per posta, in un mercato, quello dei corrieri, che ancora non è liberalizzato, figuriamoci funzionante. E infine c’è il problema della lingua, visto che il nostro paese di sottotitoli non ne vuole sapere, e questo significherebbe o acquistare il doppiaggio dei titoli già presenti in libreria, oppure più probabilmente trasmettere produzioni italiane, limitando però l’effetto rete (visto che non possono essere trasmesse in italiano nei paesi anglosassoni, il mercato è molto più limitato e il costo-opportunità di aggiungere un nuovo titolo sensibilmente più alto). Non disperiamo però: l’azienda fondata da Reed Hastings ha annunciato l’apertura del servizio streaming di Netflix in Spagna prima della fine del 2012, come già avvenuto l’anno scorso in Regno Unito e Irlanda. Forse il 2013 sarà l’anno buono per il nostro Paese.

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