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The OA: Odissea ai confini della narrazione

Oggi analizzeremo l’inanalizzabile, parleremo di ciò di cui è impossibile parlare, narreremo la decostruzione stessa della narrazione. Mi sto riferendo a una delle ultime perle made in Netflix: The OA.

It’s happening… It’s happening!

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L’articolo NON contiene SPOILER.

Trovare un punto di partenza per descrivere The OA è come trovare l’origine di un frattale (una forma geometrica che rappresenta bene la serie stessa)… Per questo credo sia utile fare una piccola digressione, per incanalare il discorso in una direzione ben definita.

Quanti di voi non si sono chiesti almeno una volta nella loro vita cosa distingua un genio artistico da un normale mestierante? È forse quell’entità astratta chiamata talento che li separa? O è una particolare vena di sperimentazione e originalità? La risposta che io trovo più verosimile è questa: il vero artista è colui che è in grado di saper sfruttare al massimo lo “specifico” di una determinata arte. Quindi un autentico artista può essere Stanley Kubrick nel cinema (portando ai livelli più alti la bellezza formale dell’immagine cinematografica) o può essere Eimuntas Nekrosius nel teatro (ideando iconiche forme di rappresentazione teatrale). Maestri che hanno innalzato la loro arte per ciò che essa poteva offrire di diverso, e non semplicemente riciclando o adattando materiale proveniente da altre forme artistiche. La televisione ha come suo specifico (oltre l’ovvia serialità di narrazione) una necessaria fidelizzazione del pubblico, ovvero la costruzione di un rapporto duraturo con lo spettatore. Se un serial non riesce a legarsi al pubblico, è destinato a morire sul nascere.

Quante volte però avete visto le serie TV sperimentare davvero (o persino ragionare!) su questo preciso aspetto? Io credo nessuna. E non mi riferisco a giochetti meta-televisivi in stile House of Cards, troppo facile. Io sto parlando di prodotti il cui cuore pulsante sia questa tematica meta-artistica. Ecco: questo è esattamente ciò che The OA è riuscita a fare in maniera spiazzante.

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LA TRAMA

Prairie Johnson (Brit Marling, anche creatrice e sceneggiatrice) è una ragazza americana non vedente che un giorno scompare senza alcuna spiegazione. Dopo sette anni ricompare in casa dei genitori, dotata di una vista perfetta e facendosi chiamare “OA”, affermando di essere stata rapita da un uomo senza scrupoli di nome Hap (Jason Isaacs), e di dover inoltre ritrovare a ogni costo un certo Homer (Emory Cohen). Ai genitori però non vuole raccontare ciò che ha vissuto in quei sette anni di prigionia, decide invece di radunare alcuni sconosciuti e raccontare loro ogni settimana un pezzo della sua storia. Essi sono legati dal fatto di studiare o lavorare nello stesso liceo; questi sono Betty Broderick-Allen (Phyllis Smith), una professoressa impacciata, Steve Winchell (Patrick Gibson), un bullo aggressivo e violento, Buck Vu (Ian Alexander), un ragazzo transgender, Alfonso Sosa (Brandon Perea), studente modello vincitore di una prestigiosa borsa di studio, e Jesse (Brendan Meyer), orfano e fumatore abituale di erba. La speranza di Prairie è che il gruppo, dopo aver conosciuto la sua storia, possa aiutarla a compiere l’impresa per cui si allena da anni: aprire un portale dimensionale.

Chi è davvero Prairie? Cosa significa “OA”? Perché Hap l’ha rapita? Chi è Homer? Come ha fatto a fuggire? Come ha fatto a riacquistare la vista? Come crede di poter aprire un portale sulle altre dimensioni? E soprattutto: perché vuole farlo? Per giunta con alcuni sconosciuti che nulla hanno da spartire l’uno con l’altro. Questi sono solo alcuni degli interrogativi che la serie porterà avanti.

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UN POTPOURRI DI GENERI

La cosa che colpisce più di tutte è che The OA non è ascrivibile a nessun genere in particolare, è invece una miscela incredibilmente variegata (forse non sempre del tutto riuscita). Abbiamo la componente mystery che pervade la stagione, l’aspetto psicologico e intimistico per tutti i protagonisti, elementi fantascientifici che si mescolano con altri fantasy new-age; sono presenti poi sequenze derivate dai generi thriller, carcerario, romantico, da saga familiare e persino qualche venatura da giallo nei primi episodi.

Questa mescolanza è replicata nello stile di narrazione: momenti di assoluta lentezza intimista vengono spezzati da scoppi di violenza improvvisi (sono sicuro che il regista Takeshi Kitano ne sarebbe orgoglioso), scene di intenso pathos realistico vengono seguite da sequenze surreali al limite del grottesco (il bagno nel lago ghiacciato del pilot la dice lunga); attimi di assoluta serietà si associano ad altri al limite della parodia; argomenti alti, sublimi e persino ultraterreni seguono dialoghi spezzati e contorti, volutamente sconclusionati per rappresentare come una persona verosimilmente parlerebbe in simili circostanze. Speranza e sconfitta continuano a scambiarsi di posto, fino a convergere e diventare indistinguibili nella memorabile scena finale.

È proprio questa indecifrabilità stilistica che a molti ha fatto storcere il naso, essendo differente da quasi ogni altro prodotto attualmente in onda. A questo bisogna però aggiungere un comparto tecnico di alto livello e una discreta componente sperimentale (almeno per gli standard televisivi), che non permettono di bocciare il serial a prescindere.

Th OA

I PERSONAGGI E IL PUBBLICO: NOI E LORO

Come si era detto all’inizio dell’articolo, non si può capire la serie se non si analizza il suo midollo tematico: il rapporto meta-narrativo che instaura con lo spettatore. Prairie che racconta la sua vita a un eterogeneo pubblico in più giorni, con una precisa scansione temporale di un’ora per sessione, non è altro che la rappresentazione della serialità televisiva stessa: abbiamo una vicenda narrata (trama) che viene frammentata in più sedute da un’ora l’una (episodi), raccontata ad alcuni ragazzi che non si conoscono (pubblico). Noi spettatori siamo quindi legati a doppio filo con Betty, Steve, Buck, Alfonso e Jesse, dato che ci troviamo in una situazione assolutamente analoga alla loro; dobbiamo ricostruire la storia di Prairie, e per farlo dobbiamo aprire le orecchie e analizzare le sue parole. Questa caratteristica della serie di ripiegarsi su se stessa verrà rappresentata anche in altri modi e in altre situazioni, arrivando anche a scene che presentano un triplo grado di rimandi.

Il racconto nel racconto è una tecnica ormai abusata e sviscerata in ogni sua forma, e la paura di un “effetto soliti sospetti” (cioè di venire raggirati in quanto meri ascoltatori e non partecipanti attivi) è sempre dietro l’angolo. The OA invece gioca a carte scoperte: mette in chiaro la metafora che intende portare avanti, piazzando ogni tanto una frase che può persino aiutare la comprensione generale, semplicemente evitando di spiattellare fin dall’inizio il suo obiettivo. Ma di quale obiettivo stiamo parlando? L’intento, come avevamo detto, è quello di instaurare un rapporto consapevole tra emittente e destinatario, tra narratore e ascoltatore, tra cantastorie e pubblico, arrivando infine ad estendere questo legame tra i membri del pubblico stesso. Un rapporto che può essere costruito solo con tempo e dedizione, ma che non richiede necessariamente un’empatia di fondo (altro punto fondamentale che ha lasciato sconvolto gran parte del pubblico: The OA dà pochissimi motivi per empatizzare con i suoi protagonisti, perché in effetti non ce n’è bisogno). Questo è il grande miracolo della televisione, che la rende unica e diversa (per esempio) dal suo fratello maggiore: il cinema.

La scena conclusiva (che naturalmente NON spoilererò) è la summa di tutto ciò, in cui vengono scoperte le carte sul tavolo e ci vengono mostrati tutti gli assi nelle maniche degli autori. Tutto viene svelato, ma al contempo nulla è risolto. Il racconto di Prairie sembra essere inutile a questo punto, perché a tutti gli effetti non era il fine ma solo il mezzo per raggiungere qualcosa di più profondo e radicale. Se volete seguire la serie solo per scoprire i misteri che si celano dietro il rapitore Hap, i viaggi dimensionali o la ricerca di Homer lasciate perdere in partenza: tutto ciò è solo la punta dell’iceberg, è lo specchietto per le allodole. Se invece volete addentrarvi nei meandri dei processi narrativi, non posso che consigliarvi la serie.

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CONCLUSIONI

Poniamo subito il fatto che è una serie lontana dalla perfezione: il suo lato sperimentale non è sempre così azzeccato, così come la commistione di generi, la scrittura dei dialoghi e alcune tematiche trattate (che inevitabilmente faranno storcere il naso a una buona percentuale di spettatori). Tutto questo però non toglie un briciolo del valore al messaggio di fondo, che giunge con una risolutezza e una potenza uniche. Al di là dei gusti, se si colgono questi aspetti, è difficile concludere la visione della stagione senza sentirsi almeno un po’ arricchiti. E soprattutto, tenendo a mente tutto quello che abbiamo detto finora, vi sfido a non emozionarvi per quel “It’s happening!” urlato nella scena più celebre della serie.

Se cercate una serie unica, rischiosa, con qualcosa di originale da dire e un modo diverso per trasmetterlo, non posso fare a meno di consigliarvi The OA.

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Alessandro Tranchini

Studente di comunicazione, media e pubblicità. Amante di serie televisive, fotografia, letteratura e musica, con un'insaziabile passione per il cinema. Dal 2010 presente su Itasa come scroccatore recidivo di sottotitoli, dal 2012 come utente fisso e dal 2014 come blogger. Serie preferite? Scrubs e Oz: il Sacred Heart Hospital e l'Oswald State Penitentiary sono le sue seconde case.
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