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C’è Don Matteo su Netflix. E c’è un motivo.

Se anche voi avete spalancato gli occhi alla vista di Don Matteo e altre fiction italiane nel catalogo Netflix, beh, c’è un motivo e riguarda un decreto del Consiglio dei Ministri che rimodula le quote TV.

don matteo

Alla fine i meme sono diventati realtà. Se in qualche pagina satirica avete visto Benedich Cumberbatch affiancato a Terence Hill, da un paio di giorni potete trovarli nello stesso catalogo on demand di Netflix. La piattaforma streaming americana ha infatti aggiunto un massiccio numero di serie TV e fiction made in Italy al proprio catalogo: Don Matteo, L’Ispettore Coliandro, Volare, Non Uccidere, per dare un paio di riferimenti. Alcuni utenti non sono stati poi così contenti della scelta, accusando la piattaforma streaming di essersi venduta alla bassa qualità e aver tradito la sua connotazione di alternativa vera alla scarsa offerta televisiva proposta dalla TV italiana. Partendo dal presupposto che se Netflix aggiunge un prodotto al catalogo non vuol dire che si è obbligati a guardarlo, diciamo anche il colosso americano non vanta nella sua offerta solo ed esclusivamente prodotti con il 100% di recensioni positive di pubblico e critica su Rotten Tomatoes: la scarsa qualità, anche non italiana, si trova anche su Netflix solo che non si sa, non la si guarda e quindi viva Netflix che ci dà i capolavori! Questo giusto per dare una connotazione alla polemica, sterile e inutile, di questi giorni. In realtà un motivo concreto per cui Netflix ha aggiunto un massiccio numero di titoli italiani al suo catalogo c’è e si tratta dell’approvazione di un decreto legislativo del Consiglio dei Ministri, che ridefinisce le quote TV, proposto dal ministro dei Beni culturali Dario Franceschini.

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In particolare, il decreto in questione mira ad aggiornare l’articolo 44 del Testo unico della radiotelevisione (il cosiddetto Tusmar) che disciplina la promozione della distribuzione e della produzione di opere europee. L’aggiornamento prevede che i fornitori di prodotti audiovisivi aumentino la quota di prodotti italiani da mandare in onda nell’intera giornata di programmazione con particolare attenzione alla cosiddetta fascia del primetime. In generale, l’obbligo di programmazione (al netto di TG, sport, pubblicità, televendite e quiz) prevede che a partire dal 2019 il 55% degli sceneggiati televisivi siano prodotti da case europee (percentuale che sale al 60% dal 2020): di queste la Rai dovrà mandare in onda almeno la metà di produzioni italiane (27,5%, incrementata al 30% a partire dal 2020) mentre per le altre emittenti la soglia minima è fissata a 1/3 (il 18,3%, incrementata al 20% a partire dal 2020). Per evitare di aggirare il decreto è stato fissato anche un minutaggio settimanale di opere italiane all’interno della fascia oraria del prime time (dalle 18 alle 23) che è di 252 minuti per Rai e 126 minuti per le altre emittenti (tradotto: 2 opere italiane a settimana di cui una cinematografica per la Rai, 1 film o fiction o documentario o animazione italiani a settimana per le altre emittenti). Allo stesso modo, il decreto prevede l’aumento delle soglie di investimento derivato dagli introiti annui da destinare alle produzioni TV e cinematografiche italiane: si parla di un incremento del 5% sugli obblighi totali entro il 2020. A questo cambiamento dovranno adeguarsi anche Netflix e Amazon che hanno recepito in anticipo una norma della Comunità Europea, in corso di approvazione, secondo cui le piattaforme streaming dovranno garantire un numero minimo di produzioni comunitarie investendo anche in contenuti originali. Eventuali sanzioni andranno dai 100 mila ai 5 milioni di euro.

Ovviamente non mancano i pareri discordanti sull’approvazione di questo decreto. Da un lato il ministro Dario Franceschini ha sottolineato che queste norme servono tutelare e valorizzare la creatività la fiction e il cinema italiani. Una posizione sostenuta peraltro dall’Anica (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche, Audiovisive, Multimediali) e dall’Associazione 100autori sottolineando come più risorse possano incentivare la concorrenza e dunque una migliore corsa alla qualità. Dall’altro lato, invece, i broadcaster hanno accolto sfavorevolmente il decreto in quanto si tratta di una imposizione insostenibile a danno delle maggiori emittenti televisive nazionali e lamentando pesanti ricadute occupazionali nel settore, senza considerare che il modello francese, al quale questo decreto si ispira, è stato definito inadeguato dalla Corte dei Conti d’oltralpe.

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Ora, se questa inversione di tendenza possa contribuire a migliorare la qualità dei contenuti audiovisivi è una valutazione che si può fare solo nel lungo periodo. Certo che, con un po’ di scetticismo, imporre film o serie TV italiane ai palinsesti non va di pari passo con l’affettiva qualità del contenuto proposto. E al contrario, fare l’associazione “film/serie TV italiani = prodotto di pessima qualità” è uno stereotipo che andrebbe smontato definitivamente per due motivi. Primo perché, come dicevo prima, l’aggiunta di un prodotto qualsiasi al catalogo Netflix non implica l’obbligo di guardarlo: l’inserimento di contenuti made in Italy sul catalogo on line non implica la sua fruizione. Così come non lo è l’equazione “tanti soldi spesi = qualità” (vedi alla voce I Medici). Secondo, perché tra i titoli italiani aggiunti al catalogo ce ne sono un paio degni di nota: Non Uccidere, con Miriam Leone; L’Ispettore Coliandro, con Giampaolo Morelli. E il discorso “il cinema italiano fa schifo, viva l’America” è roba da poser. Senza considerare che ci sono prodotti di matrice italiana che hanno avuto dei riscontri anche all’estero a prescindere dalla piattaforma streaming: The Young Pope, Gomorra, Romanzo Criminale, Il Commissario Montalbano (grande assente dall’elenco degli inserimenti italiani). E senza contare l’hype per Suburra, prequel dell’omonimo film di Stefano Sollima, che è una co-produzione di Rai, Netflix e Cattleya.

Più che protestare contro l’inserimento di titoli italiani su Netflix (perché io mi sono abbonato a Netflix e quindi voglio la qualità e soldi non te ne porto più) sarà interessante capire se e come questa misura possa aumentare l’utenza interessata alle produzioni italiane. Ha senso arricchire il catalogo con titoli già fruibili su altre piattaforme italiane? Sembra una contraddizione aggiungere alla piattaforma americana dei titoli già fruibili su Rai Play ma magari ha senso nella misura in cui gli stessi prodotti possono trovare degli spettatori di riferimento all’estero attraverso un mezzo che va oltre i confini nazionali. Vi farà strano saperlo ma lo stesso Don Matteo, così come Il Commissario Montalbano e il suo spin-off prequel, sono comparsi nei palinsesti del canale giapponese AXN Mistery. Ma ancora più strano sapere che sulla piattaforma Rai Play sono presenti solo le ultime 4 stagioni di Don Matteo, mentre su Netflix sono disponibili le prime 6.

Sembra dunque che questa accoppiata porti con sé una visione commerciale più a lungo raggio da cui possono trarre beneficio sia il colosso di Reed Hastings che l’emittente generalista italiana. Del resto lo stesso CEO ha ribadito più volte che puntano molto sull’interesse delle storie e dei personaggi. Oh, magari un giorno acquisteranno i diritti per Primavera di Granito: di certo qualcuno apprezzerà.

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Giovanni Trombino

Sul blog di Italiansubs da Febbraio 2016, mentre le serie TV le guardo da molto più tempo. Agli episodi pilota do sempre una chance, soprattutto se di genere drammatico: Mad Men, Treme, Six Feet Under per dirne solo tre. Poche comedy tradizionali, molte più dramedy e black comedy. No teen drama, ho già dato con Dawson's Creek.
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