Cinema

The Usual Subspects: Agosto 2017

Bentornati nella rubrica dedicata alla (ri)scoperta del mondo cinematografico, anche questo mese tratteremo di due film appartenenti al terzo millennio e altri due risalenti al secolo scorso. Non sprechiamo ulteriori parole e passiamo subito alle pellicole consigliate.

 

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LA MORTE CORRE SUL FIUME, 1955, di Charles Laughton

“Stai guardando le mie dita, figliolo… Vuoi che ti racconti la storia della mano destra e della sinistra?” con queste parole si apre uno dei monologhi più iconici mai messi in bocca a un antagonista cinematografico. La morte corre sul fiume ha però molto altro da offrire che un singolo monologo memorabile.

Uno dei noir più acclamati di sempre, ha fatto scuola in ogni ambito. La storia è questa: siamo negli anni ’30, i protagonisti sono due bambini di nome John e Pearl Harper (Billy Chapin e Sally Jane Bruce), il cui padre è morto in carcere dopo aver rivelato loro il nascondiglio in cui aveva nascosto una grossa somma di denaro rubata. Un giorno si presenta da loro il reverendo Harry Powell (Robert Mitchum), un predicatore evangelico ed ex-galeotto che conosce il segreto custodito dai due fratelli. Il pastore inizierà così a manipolare l’intera cittadina e distruggere la famiglia dei due ragazzini per trovare il tesoro nascosto.
Ciò che colpisce della storia è la sua originalità nel mischiare generi fino ad allora inconciliabili: noir, racconto di formazione, narrazione fiabesca, film di critica sociale (verso il fanatismo religioso)… tutto ciò forma un’opera assolutamente omogenea, che funziona soprattutto grazie al già citato antagonista: Harry Powell, interpretato dal glaciale Robert Mitchum. Uno psicopatico pieno di carisma che riesce a convincere le persone della sua bontà utilizzando i suoi pugni, letteralmente. Dà vita a un villain all’apparenza inarrestabile e profondamente temibile, perché ha dalla sua parte l’intera società benpensante che ne supporta comportamenti e bugie. Una situazione replicabile anche oggi stesso e per questo sempre attuale. È una fiaba oscura per adulti sorretta da un uso magistrale della fotografia espressionista: silhouette che sembrano uscite da un’illustrazione di un libro, giochi di chiaroscuro che sovvertono gli stilemi classici del genere (in cui luce e oscurità si scambiano di significato) e composizioni geometriche di una rara bellezza gotica.

Un pezzo di storia del cinema che non può mancare nella collezione di ogni cinefilo.

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DUEL, 1971, di Steven Spielberg

Quando viene citato Steven Spielberg spesso il primo pensiero che viene in mente è legato a Lo squalo, Schindler’s List, la trilogia di Indiana Jones oppure Salvate il soldato Ryan. Io invece non posso fare a meno di collegarlo a Duel.

Opera prima dell’allora venticinquenne regista, è a parere di chi scrive il suo capolavoro, dietro soltanto a Lo squalo. La trama è presto detta: David Mann (Dennis Weaver) è un commesso qualunque che un giorno, mentre guida la sua macchina in una strada semi-deserta, sorpassa un camion; alla guida di questo camion c’è uno psicopatico che proverà in ogni modo a uccidere il protagonista solo per averlo sorpassato. Il resto del film è un’ininterrotta caccia al topo tra il Camion e David. Duel è Cinema allo stato puro, la narrazione è affidata quasi unicamente alle immagini e i dialoghi sono ridotti ai minimi sindacali. Non c’è nessun sottostrato filosofico o sociale, nessuna morale da trasmettere, nessun messaggio da decifrare, nessuna psicologia da approfondire… si può al massimo arrivare a dire che il Camion simboleggi l’Ignoto o il Caso, i quali si accaniscano su chiunque senza alcuna motivazione. La verità è che bisogna soltanto godere delle atmosfere asfissianti di questo diabolico thriller che non può non far ripensare a Hitchcock, in cui il protagonista è abbandonato al suo destino e non riceverà alcuna misericordia. Non troverete eroi senza macchia e senza paura, non troverete ridicoli deus ex machina, né tanto meno pipponi retorici. In sintesi non c’è nessuno degli stilemi della produzione più recente di Spielberg. Tutto si riduce a un solo concetto: uccidi o sii ucciso, combatti o sii annientato. Tutto il resto è rumore di fondo.

Se non apprezzate i film più buonisti di Spielberg questa è una pellicola che dovete assolutamente recuperare.

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L’AMICO DI FAMIGLIA, 2006, di Paolo Sorrentino

Da studente di cinema quale sono ho sempre trovato estremamente stimolante Paolo Sorrentino, pur con tutti i suoi difetti e persino opere indegne (Youth, mi riferisco a te). Non comprendo l’odio che ha ricevuto in seguito all’Oscar per La grande bellezza, soprattutto perché negli anni passati ha girato film da fuoriclasse. Il mio preferito è proprio questo: L’amico di famiglia.

La storia è incentrata su Geremia “Cuoredoro” de Gemerei (Giacomo Rizzo), un vecchio, gobbo e grottesco usuraio che vive con la madre inferma. Ancora più surreale è la sua banda di criminali costituita da due gemelli (Nicola e Francesco Grittani) e un cow-boy chiamato Gino (Fabrizio Bentivoglio), il cui sogno è scappare dall’Italia e andare a vivere nel Tennessee. Le giornate di Geremia passano tra riscossioni di denaro, cioccolatini e donne. Tutto cambia quando gli viene proposto il colpo della sua vita: investire un milione di euro insieme a un industriale in fallimento, con la promessa di averne indietro il doppio in tempi brevi. Quello che sembra un sogno è l’inizio di un nuovo incubo.
Il film contiene tutta la poetica sorrentiniana espressa con assoluto rigore registico, interpretativo e narrativo: l’utilizzo massiccio di frasi a effetto, il gusto per i dettagli, l’analisi del concetto di superficialità, il male dilagante che contamina tutto e tutti, la solitudine imperante dei personaggi che collima con lo stile grottesco e iperattivo del film, una regia calibrata e al contempo virtuosa, e una colonna sonora inaspettata (da ricordare l’utilizzo più stridente della storia di un brano dei Sigur Ròs/The Album Leaf). Le atmosfere degradate e i personaggi amorali accompagnano lo spettatore in una spirale senza fondo di disumanità, verso uno dei finali più amari e nichilisti che l’Italia abbia prodotto negli anni 2000. Il tutto trattato senza alcuna pedanteria morale o critica.

L’amico di famiglia è nella sua essenza un originale studio sulla solitudine umana, sulla costruzione di relazioni sociali (continuamente fraintese e reinterpretate dal protagonista) e il rapporto di valori che instauriamo tra ciò che siamo e ciò che possediamo. Grande cinema italico.

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MADRE, 2009, di Bong Joon-ho

Conoscete a memoria i classici Se7en, I soliti sospetti, Oldboy e compagnia bella ma volete un altro thriller che vi lasci con la mandibola a pezzi? Pensate che nessun cliffhanger possa prima strapparvi le budella e poi lasciarvi riflettere? Ecco qui per voi Madre.

Il film si apre con una scena tanto iconica quanto criptica: una donna coreana di mezza età, Hye-ja (Kim Hye-ja), cammina da sola in un prato e di punto in bianco inizia a ballare. Il suo volto non mostra gioia, anzi, è teso e oscuro. Cosa significa questa danza?
Ci troviamo in una cittadina del Sud Corea. Il giovane Yoon Do-joon (Won Bin) è un ragazzo con un grave deficit mentale che si è lasciato plagiare da alcuni criminali del luogo. Una sera, da ubriaco ma senza cattive intenzioni, inizia a seguire una ragazza lungo i vicoli della città. Di punto in bianco la ragazza non si vede più, Do-joon sente però dei rumori all’interno di una casa abbandonata a pochi metri da lui e scappa impaurito. Il mattino successivo in quella stessa casa viene ritrovato il cadavere della ragazza, abbandonato sul tetto e con il cranio spaccato. Il giovane viene immediatamente arrestato perché le prove contro di lui sono schiaccianti: tempistiche, testimonianze, impronte sulla scena, mancanza di un alibi… tutto riconduce a lui, nonostante il ragazzo non ricordi nulla e neghi ogni accusa. Sua madre Hye-ja, proprio la donna dell’incipit, è convinta della sua innocenza e non ha dubbi che sia stato incastrato dai criminali che il ragazzo frequentava. Inizia così un’indagine per scoprire il reale colpevole dell’omicidio e farà qualunque cosa per salvare la vita del figlio.

Un thriller-giallo dai ritmi meditati che diventa più cupo ogni minuto che passa grazie a una fotografia che appiattisce la tavolozza di colori verso un costante grigiore. Proprio come quel grigiore morale che il finale svelerà sferrando una sequenza di pugni nello stomaco dello spettatore, lasciandolo infine con un sorriso beffardo e di un’amarezza assoluta. Grande regia, grandissime interpretazioni da parte dei due protagonisti, sceneggiatura che è una bomba a orologeria… non voglio aggiungere altro per non rovinare l’esperienza, godetevi lo spettacolo.

 

Avete visto qualcuno di questi film? Non siete d’accordo nel consigliarli? Come al solito lasciate un commento per farci sapere le vostre opinioni al riguardo!

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Alessandro Tranchini

Studente di Cinema, Media e Pubblicità a Milano. Amante di serie televisive, fotografia, letteratura e musica, con un'insaziabile passione per il cinema. Dal 2010 presente su Itasa come scroccatore recidivo di sottotitoli, dal 2012 come utente fisso e dal 2014 come blogger. Serie preferite? Scrubs e Oz: il Sacred Heart Hospital e l'Oswald State Penitentiary sono le sue seconde case.

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