Black Mirror

Black Mirror – Metalhead: can che abbaia non morde

Quanto siete disposti a rischiare per alleviare le sofferenze di un essere umano? Black Mirror ci risponde con il suo episodio più controverso di sempre. Scopriamo subito perché questo episodio ha diviso critica e pubblico.

L’articolo contiene spoiler. NON leggere l’articolo senza aver visto prima l’episodio.

Metalhead

Ci troviamo in un mondo post-apocalittico, non ci è dato sapere se gli uomini si siano messi gli uni contro gli altri o se la situazione sia deteriorata per altre motivazioni. Sappiamo soltanto che Bella (Maxine Peake) sta portando in macchina altri due sopravvissuti, Tony (Clint Dyer) e Clarke (Jake Davies), verso un magazzino abbandonato alla ricerca di un oggetto che dovrebbe aiutare la sorella di Bella a sopravvivere. Arrivati al magazzino constatano che non c’è nessuno nei paraggi e riescono a trovare lo scatolone che contiene il misterioso oggetto. All’ultimo secondo notano però che dietro di esso si trova nascosto un “cane” attivo. In questo mondo i cani non sono i migliori amici dell’uomo, sono bensì dei micidiali robot quadrupedi che hanno come unico obbiettivo quello di uccidere chiunque si intrufoli nelle loro proprietà. Il robot uccide così Tony fracassandogli il cranio e spara addosso a Bella un localizzatore GPS; quest’ultima riesce a fuggire dal magazzino con la sua auto mentre il cane ammazza Clarke e, riuscendo a comandare il suo furgone, il robot si mette all’inseguimento della donna. Il resto dell’episodio non è altro che una caccia al topo tra il piccolo terminator e Bella attraverso lande desolate, case abbandonate e oscure foreste. Riuscirà Bella a salvarsi e tornare dalla sorella o la tecnologia avrà la meglio? E cosa conteneva il pacco all’apparenza fondamentale?

Partiamo col dire che Black Mirror nel bene e nel male è una serie che cerca costantemente di cambiare, evolvere (o forse a involvere, nella qualità di scrittura e profondità filosofica, ma è un altro discorso) ed esplorare terreni inediti, Metalhead non smentisce la tradizione progressista e tenta un nuovo esperimento. Peccato sia stato, a parere di chi scrive, un fallimento o quasi. Andiamo però con ordine e cerchiamo di capire cos’abbia funzionato e cosa no.

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Iniziamo dai due principali meriti della puntata: il rispetto per lo spettatore e l’estetica. Vi chiederete cosa intenda per rispetto verso lo spettatore ed è presto detto. Gran parte di questa quarta stagione a mio parere ha trattato il pubblico medio come un emerito imbecille, dovendolo accompagnare mano nella mano nella spiegazione delle tecnologie usate (ancora ringrazio Charlie Brooker per il lungo tutorial nella parte iniziale di Arkangel, assolutamente essenziale!) e delle implicazioni coinvolte, nonché piazzando dei buchi di trama e contraddizioni talmente evidenti da fare tabula rasa di intere trame. Metalhead invece inizia in media res come in un manuale di scrittura, fornisce un paio di informazioni utili a contestualizzare la direzione della storia e tutto il resto della puntata è affidato solo e soltanto alla potenza evocativa delle immagini stesse. Ciò dovuto al fatto che l’impalcatura è essenzialmente quella di un one-man-show (o in questo caso un “one-woman-show”), essendo Maxine Peake l’unica attrice in scena per la quasi totalità del tempo, e bisogna ammettere che regge molto bene il peso del ruolo. Questa mancanza di informazioni esplicite permette allo spettatore di azionare il cervello più in profondità rispetto ad altre puntate recenti di Black Mirror ed è un elemento sicuramente positivo.

Il secondo punto è l’estetica: Metalhead è stato diretto da David Slade (già regista del film Hard Candy nonché di episodi di American Gods e Hannibal) in un desolante bianco e nero, sia a simboleggiare la totale perdita di speranza per l’umanità in un mondo post-apocalittico (argomento su cui torneremo più avanti) sia a richiamare il dualismo situato alla base della puntata, ovvero bianco (umanità) e nero (tecnologia) in una battaglia all’ultimo sangue. La regia è inoltre calibrata benissimo: liscia e controllata nei momenti in cui la tensione viene caricata, movimentata e sporca nei momenti in cui la violenza esplode in tutta la sua brutalità. Più che quella di una serie, ricorda la regia di un film sci-fi indipendente. Anche gli effetti speciali sono fatti discretamente bene, sull’apparato tecnico insomma nulla da ridire pur senza strapparsi i capelli.

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Dopo i pochi pregi è arrivato il momento di parlare degli enormi problemi che la puntata presenta. Coloro a cui è piaciuta la difendono descrivendola come un’opera minimalista, sostenendo che proprio questa condizione di semplicità permetta il massimo della potenza emotiva. Non è del tutto errata l’obiezione, tant’è che io stesso l’ho percepita come la più tesa dell’intera stagione, ma ciò non giustifica minimamente ben altre problematiche. Il minimalismo è infatti una precisa scelta stilistica (nonché filosofica per certi aspetti) che non implica alcuna banalizzazione, impiega semmai un riduzionismo estremo per condensare gli elementi nelle loro forme basilari e più pure. Charlie Brooker in questo caso invece non applica alcun riduzionismo efficace, banalizza soltanto l’intera questione che pone. Non stiamo parlando soltanto dell’analisi della tecnologia ma dell’intera visione umana che fino ad ora ha sempre accompagnato la serie.

A livello tecnologico e morale infatti la questione è totalmente azzerata. Black Mirror ha sempre posto innumerevoli questioni su questo aspetto, per esempio quanto di naturale ci fosse all’interno della tecnologia e nei nuovi ambienti che essa crea (quelli che il celebre Marshall McLuhan considerava come i reali media, non gli oggetti fisici), oppure quanta delle colpe riguardanti una tragedia è imputabile agli esseri umani e quanta al medium trattato. Ancora oggi si dibatte se Brooker sostenga la trasparenza mediale, ovvero la linea di pensiero che afferma la neutralità di base dei media (a ragion del vero si tratta di una tesi sostenuta più dal popolo medio che dai reali teorici, la grande maggioranza dei quali è invece schierata verso la visione positiva della tecnologia (i cosiddetti “teorici integrati”) o verso la visione negativa (i cosiddetti “teorici apocalittici”)), o sostenga la teoria secondo cui la tecnologia abbia condizioni implicite, le cosiddette “affordance”, che ne condizionano la morale (teoria più probabile in valore assoluto nonostante lo sceneggiatore non si esponga mai troppo in merito). É stata la prima serie televisiva di successo a obbligare discussioni sulle teorie dei media attraverso episodi provocanti, controversi, sconvolgenti, ricchissimi di sottotesti e implicazioni morali che vanno dalla politica all’arte, dall’etica alla famiglia, dalla giustizia ai diritti umani, dalla coscienza alle strutture sociali. In tutta la quarta stagione si è avuto un declino di tutti questi aspetti ma è soltanto in Metalhead che si raggiunge il grado zero di spessore: un episodio che per quanto teso non offre il benché minimo spunto di (auto)riflessione, che non trascina mai lo spettatore al di fuori della sua comfort-zone e soprattutto non lascia alcun seme che possa far germogliare un’autentica critica alla tecnologia o all’umanità. In estrema sintesi un bellissimo involucro riempito di nulla cosmico.

A ciò si deve aggiungere un ulteriore cambio di paradigma. Fino a oggi Brooker ha sempre e solo esplorato il confine che separava la routine quotidiana dall’Apocalisse (morale, fisica o emotiva che sia), quel labile confine che chiunque può varcare senza accorgersene e che condurrà alla propria inesorabile tragedia personale. Metalhead invece si pone in maniera opposta a questa struttura, analizzando non il pre-apocalittico bensì il post-apocalittico dove l’apoteosi del dramma è già avvenuta e non si può fare altro che trascinarsi su un terreno di per sé carico di dolore. Una soluzione semplicistica e che non offre alcuna ambiguità interessante, lo sforzo creativo dello sceneggiatore palesemente è stato ai minimi storici (notare anche come la durata complessiva sia minore rispetto a quella di tutte le altre puntate). L’unico spunto che sembra offrire è quello del ribaltamento di significato della tecnologia, non più come mezzo ma unicamente come fine: i cani-robot non sono infatti dei controllori al servizio di un padrone umano ma loro stessi sono al comando, addirittura con un’organizzazione di massa con tanto di metodi di comunicazione come si vede nella scena finale (con i cani che si vedono sopraggiungere in branco per aiutare uno di loro che è stato distrutto dalla protagonista). Un po’ poco comunque, contando che è un tema soltanto abbozzato e non sviscerato a dovere.

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In conclusione ritengo che Metalhead sia l’episodio peggiore che la serie abbia mai offerto, guardabile se non si hanno aspettative e si vogliono passare 40 minuti velocemente ma senza la speranza di ricavarci nulla di autentico o profondo. In maniera diametralmente opposta ai cani della puntata che non abbaiano ma “mordono” mortalmente, Metalhead è un cane che abbia in modo chiassoso (con un nome forte alla regia, un’estetica inedita e una trama spoglia) ma che come si suol dire non morde mai. Eppure ciò che noi amanti di Black Mirror abbiamo sempre richiesto dalla serie è proprio quello di essere aggrediti, morsi nell’anima, per fare esperienza della catarsi più profonda che la televisione abbia offerto in questo decennio. Peccato che questa volta non abbiamo avuto nulla di simile.

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Alessandro Tranchini

Studente di Cinema, Media e Pubblicità a Milano. Amante di serie televisive, fotografia, letteratura e musica, con un'insaziabile passione per il cinema. Dal 2010 presente su Itasa come scroccatore recidivo di sottotitoli e dal 2014 come blogger. Serie preferite? Scrubs e Oz: il Sacred Heart Hospital e l'Oswald State Penitentiary sono le sue seconde case.
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