Cinema

The Usual Subspects: Dicembre 2017

La rubrica cinematografica di Italiansubs è tornata dopo uno hiatus di un paio di numeri, ricominciamo subito con le quattro perle di film tratte dal secolo scorso e dall’attuale millennio. Ecco gli ultimi consigli di questo 2017:

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IL BUCO, 1960, di Jacques Becker

Ci troviamo nell’officina di un meccanico, dove un uomo di nome Jean Keraudy si accorge della presenza della cinepresa e si avvicina per parlarci: “Buongiorno. Il mio amico Jacques Becker [il regista, ndr.] ha ricostruito in tutti i dettagli una storia vera… la mia. Accadde a Parigi nel 1947 nella prigione della Santé”.

Con queste spiazzanti e meta-cinematografiche parole si apre uno dei migliori film carcerari di sempre: Il buco, diretto dall’appena citato Jacques Becker. Come dice già il prologo questa è una ricostruzione accurata di una storia vera, ovvero il tentativo di evasione dal carcere parigino della Santé da parte di cinque detenuti nel 1947. Nulla di strano fin qui. La particolarità de Il buco è che il protagonista è interpretato dal reale capo dei detenuti (il già citato Jean Keraudy) che hanno tentato l’evasione. Credo che basterebbe questo a renderlo un film unico, ma i veri pregi sono altri. Ciò che rende essenziale anche a livello artistico quest’ultima opera di Jacques Becker (che morirà nello stesso anno in cui verrà distribuita) è il modo in cui la preparazione della fuga è trattata.
Nella maggior parte di film e serie televisive le evasioni sono narrate in modo artificiale con un largo uso di dialoghi per coprire i momenti morti, o utilizzando ellissi temporali per non annoiare il pubblico. Eppure il punto centrale di una fuga carceraria consiste proprio nei pericolosi ed estenuanti lavori, ed è qui che subentra il lampo di genio: Becker mostra in tempo quasi reale ogni passaggio dell’evasione per portare ai limiti estremi il realismo cinematografico (non sarebbe anzi fuori luogo utilizzare il termine “iper-realismo”). Bisogna spaccare il pavimento per iniziare un tunnel? Allora vedremo con un piano-sequenza ogni frattura che permetterà di aprirlo. Bisogna segare una sbarra? Assisteremo per dei minuti a una lametta che si muove lungo lo schermo. É necessario mappare alcuni corridoi? Allora verranno percorsi in lungo e in largo.
Quello che su carta sembra potenzialmente il film più noioso e ridondante di sempre è in realtà un trattato di tensione, da vedere per poterlo comprendere appieno. Percepirete ogni momento dell’evasione con la stessa apprensione e sofferenza emotiva dei detenuti; noterete ogni singola crepa, ogni taglio, briciolo di polvere sollevato, passo in sottofondo con la medesima asfissiante attenzione di un detenuto su un mortale filo di rasoio. In questo modo tutti i piccoli e insignificanti istanti che compongono l’evasione diventano attimi di puro terrore, rimanendo sempre a un passo di distanza dal baratro. Questo fino al finale, crudele nella sua realtà dei fatti.

Volete sapere cosa possa essere definito “puro Cinema”? Ecco la definizione enciclopedica. Un’opera che non perde tempo in filosofie, trame astruse o virtuosismi fini a se stessi: stiamo parlando del minimalismo estetico e narrativo alla sua massima potenza emotiva.

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VA’ E VEDI, 1985, di Elem Klimov

Quando mi viene chiesto perché io ritenga Va’ e vedi come uno dei migliori film di guerra mai realizzati mi vengono in mente una miriade di motivi, ma mi piace sempre citare questo aneddoto: i normali film bellici utilizzano armi a salve, in questo invece vengono sparati veri proiettili persino addosso al protagonista (sfiorandolo di pochi centimetri). Questo esempio sintetizza in modo concreto il profondo senso di follia e disumanità che rende Va’ e vedi una pietra miliare non solo del genere bellico ma del cinema in generale.

La trama è presto detta. Siamo nel 1943 nella Bielorussia occupata dalle truppe naziste e seguiamo le vicende del giovanissimo Florya (Aleksei Kravchenko), un adolescente che si unisce ai partigiani locali per combattere i tedeschi; dopo un attacco imprevisto si ritrova a fuggire con una ragazza, Glasha (Olga Mironova), in mezzo alle foreste e villaggi bielorussi nella speranza di tornare a casa sano e salvo. Da qui in poi si assisterà a un’escalation di atrocità che faranno impazzire l’innocente ragazzino: da stragi insensate a grotteschi rituali catartici, da improbabili missioni per ottenere cibo a improvvise fughe, da campi di concentramento a omicidi e stupri di massa… il povero Fliora, da militare, diventa un mero osservatore di un autentico Inferno, incarnando così lo sguardo errante, sconvolto ma soprattutto impotente di noi spettatori nei confronti di queste vicende storiche.
Attraverso alcuni simbolismi azzeccati (state attenti agli aerei ricorrenti e alla cicogna), una messa in scena monumentale, un ritmo implacabile, un montaggio sonoro che da solo è un’opera d’arte e alcune trovate narrative da antologia, Elem Klimov dà vita a uno dei film di guerra più duri che si possano trovare. È interessante notare come di fatto non ci siano scene di battaglia e le sparatorie si contino su una mano, perché l’emozione scaturisce prima di tutto dalla stratificazione di significati, suoni e immagini. Un buon esempio può essere la scena del fango: in essa assistiamo per diversi minuti a un piano-sequenza in cui Fliora e Glasha camminano con difficoltà lungo un laghetto fangoso, senza che dicano una parola; il montaggio sonoro però fa sì che questa attraversata diventi una straziante lotta per la sopravvivenza, sublimando così l’intera scena in un simbolo della guerra stessa. Altra scena indelebile è quella della sparatoria alla foto di Hitler che condensa il commovente nucleo tematico dell’opera, ma non dirò altro per non togliervi il piacere di guardarla senza sapere nulla.

In sintesi un film crudo e senza freni inibitori che non può lasciare distaccati, spezza il cuore ma lo fa con la poesia che solo i veri artisti possono ideare. Un capolavoro poco citato ma che necessita di essere recuperato.

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PROVA A INCASTRARMI, 2006, di Sidney Lumet

Parliamo adesso di un ottimo film con Vin Diesel protagonista. Sì, avete letto bene, non è un commento sarcastico: Sidney Lumet (uno dei più grandi direttori di attori che gli USA abbiano avuto, già regista di Quel pomeriggio di un giorno da cani, Serpico, Onora il padre e la madre e Quinto potere) è riuscito a compiere questo miracolo nella sua penultima regia cinematografica prima della morte.

La trama è basata su avvenimenti realmente avvenuti, ovvero il procedimento penale più lungo della storia americana. Questo perché è stato il primo caso in cui un’intera organizzazione criminale è stata messa sotto processo contemporaneamente, e ciò ha portato alla creazione di un maxi-processo con decine di accusati e avvocati, ognuno dei quali doveva rispondere di oltre 70 capi di imputazione per i più svariati reati (spaccio di stupefacenti, omicidio, estorsioni, ricatti ecc.). Un pesce piccolo di questa organizzazione, Jackie DiNorscio (Vin Diesel), decise di difendersi da solo per non pagare un avvocato, pur senza avere alcuna conoscenza di giurisprudenza: iniziò così un procedimento-farsa lungo due anni, in cui le migliaia di prove e testimonianze della pubblica accusa si scontreranno con il carisma e l’esuberanza di DiNorscio.
Diesel non è un bravo attore, lo sappiamo tutti. È sempre sopra le righe, mai verosimile, è un istrione senza talento, un pompato “ignorante” di cinema… ed è proprio per questo che funziona in Prova a incastrarmi. Queste caratteristiche si adattano al personaggio di Jackie DiNorscio e alla storia paradossale che racconta. A ciò si aggiunga che gran parte dei dialoghi nelle scene in tribunale non sono altro che le trascrizioni dei reali dibattiti avvenuti, e capirete perché l’unico registro che era possibile tenere per girare questo film fosse quello comico-grottesco.
Secondo elemento di merito della pellicola è la messa in scena esplosiva di Lumet, che a 82 anni (sottolineo: ottantadue anni) decide di ribaltare quella che era stata la sua folgorante opera prima: La parola ai giurati. Tanto il tribunale di quest’ultimo film è minimalista, essenziale e lineare, tanto l’aula di questo è immensa, chiassosa e movimentata: tutti gli attori sono sempre in scena contemporaneamente, e ciò permette di creare un film giudiziario come non se ne sono mai visti.

Non può ovviamente competere con i grandi capolavori di Lumet citati poco fa, ma Prova a incastrarmi è comunque una perla che può accontentare attenti cinefili così come spettatori qualunque; il penultimo gioiello che un grande di Hollywood ha lasciato al mondo prima della sua dipartita.

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C’ERA UNA VOLTA IN ANATOLIA, 2011, di Nuri Bilge Ceylan

Un albero sperduto in mezzo alla steppa viene raggiunto da tre auto della polizia da cui scendono poliziotti, dottori, gendarmi e becchini. Stanno cercando un cadavere che nessuno ricorda dove sia. Anche questa volta hanno fatto un buco nell’acqua. La cinepresa è posizionata molto distante, immobile, a osservare questa ridicola caccia al tesoro. Nessun taglio di montaggio, nessuna colonna sonora, si sentono soltanto le voci disorientate dei personaggi e il vento. È iniziato C’era una volta in Anatolia. La storia è già riassunta in questo incipit: una squadra di polizia sta cercando un cadavere sepolto in una locazione ignota, aiutata dal sospettato dell’omicidio (Fırat Tanış) che però non si ricorda con certezza il luogo della sepoltura. La quasi totalità del film è ambientata nella seguente notte di ricerche, mentre il sospettato conduce da un luogo all’altro il gruppo di ricerca.

Quali sono le motivazioni che hanno portato quest’opera a vincere il Grand Prix al Festival di Cannes nel 2011, finendo poi in questa rubrica? Innanzitutto le atmosfere, esse sono il fulcro della pellicola. È un film “ambientale” (Brian Eno mi perdonerà quest’uso improprio del termine), nel senso che le ambientazioni sono un personaggio a se stante che fa perdere lo spettatore in un labirinto naturale. Ciò è riuscito soprattutto grazie alla fotografia: l’utilizzo della luce naturale aiuta l’immersione nelle vicende, arrivando in numerose scene ad avere le luci dei fanali delle auto come sorgente principale di illuminazione. Riuscire a gestire un intero film nell’oscurità dei boschi è già di per sé difficile, ma farlo in questo modo è da maestri. Degni di nota sono anche i rapporti tra i personaggi, raccontati nella loro spontaneità e sincerità: non troverete né eroi né malvagi antagonisti, né presuntuosi sopra le righe né professionisti senza macchia e senza paura. Tutti i personaggi sono uomini qualunque, senza nessuna caratteristica propriamente cinematografica. Basti dire che la seconda scena del film segue per diversi minuti i protagonisti mentre parlano di formaggi, per rappresentare il processo naturale e anti-climatico con cui essi gestiscono un evento all’apparenza clamoroso.

Il cinema di Nuri Bilge Ceylan è sempre stato infarcito di allegorie, parallelismi storici, culturali e artistici, senza una chiara morale di fondo (in questo Le tre scimmie e il suo capolavoro assoluto Winter Sleep gli sono anche superiori), e questo non è di certo da meno. Ha dalla sua l’essere al contempo più accessibile dei due film poco fa citati e per questo più facile da consigliare a un neofita.

 

Avete visto alcuni di questi film? Non vi sono piaciuti? Lasciate i vostri pareri nei commenti qua sotto!

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Alessandro Tranchini

Studente di Cinema, Media e Pubblicità a Milano. Amante di serie televisive, fotografia, letteratura e musica, con un'insaziabile passione per il cinema. Dal 2010 presente su Itasa come scroccatore recidivo di sottotitoli e dal 2014 come blogger. Serie preferite? Scrubs e Oz: il Sacred Heart Hospital e l'Oswald State Penitentiary sono le sue seconde case.
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