Making a Murderer

Making a Murderer – L’eco dell’innocenza

Metto da parte i miei soliti modi scherzosi e leggeri di scrivere oggi, per recensire uno dei documentari più interessanti e chiacchierati del momento. È sempre possibile essere certi dell’innocenza o della colpevolezza di un essere umano di fronte alla Giustizia?

Making a Murderer è un documentario Netflix, diviso in 10 parti e realizzato in un arco di tempo di 10 anni. Racconta la vita di Steven Avery, accusato di aggressione sessuale e stupro negli anni ’80 e condannato al carcere per 18 anni. Quello che però viene subito scoperto già nel primo episodio è che Avery fu condannato ingiustamente. Dopo 18 anni, nel 2003, e in seguito a un esame del DNA più approfondito, fu scoperto che il colpevole di quell’aggressione così violenta era un altro: uno stupratore seriale e recidivo della zona. Quello stesso anno, Steven Avery fu rilasciato e sollevato da tutte le accuse, ma ciò che è più rilevante di questo caso è che per 18 anni, i sospetti sono ricaduti unicamente su Avery e la contea di Manitowoc, Wisconsin, non ha mai indagato su altri sospetti, né tanto meno ha lasciato spazio a ulteriori piste investigative. Perché?

making_a_murderer

Facciamo un passo indietro e parliamo di Steven Avery, prima ancora del caso mediatico che lo coinvolse. La famiglia Avery viene descritta come un nucleo familiare solitario, isolato, non istruito e con molte mele marce al suo interno. Non certo la famiglia per bene che tutti si aspettano. Steven Avery stesso ha nel suo passato precedenti con la giustizia: era già stato in carcere a scontare le sue pene per reati minori. Da questo piccolo resoconto, è chiaro che la famiglia Avery non era certo ben vista nella zona e per molti era sinonimo di guai. Steven Avery ebbe una vita burrascosa, sebbene si fosse sempre detto colpevole delle azioni commesse in passato, quando arrivò l’accusa di aggressione e stupro di una ragazza molto nota in città, Avery si dichiarò da subito innocente: non c’entrava nulla con quella storia, non era neanche nel luogo del crimine a quel tempo. Ma a nulla valsero le sue parole, la polizia di Manitowoc lo arrestò e, con una serie di prove a suo sfavore, lo accusò e condannò al carcere senza possibilità di libertà condizionale. Avery, dunque, cercò in tutti i modi di scagionarsi, tra avvocati e aule di giustizia, processi infiniti e continue prove ai suoi danni. Per 18 anni Avery rimane in carcere, innocente di un crimine che non aveva mai commesso. In tutto questo, il documentario spiega la situazione venutasi a creare nella polizia della contea di Manitowoc, accusata da Avery e i suoi legali di aver manomesso le prove e aver incastrato l’accusato, gettando luce sulle falle infinite del sistema giudiziario americano.

Non soltanto: lo sceriffo dell’epoca era il marito di una cugina di Avery, la quale lo aveva denunciato per molestie anni addietro, il che spiega non soltanto il conflitto di interessi che si andò a creare, ma anche le possibili ritorsioni che quella denuncia poteva portare con sé. Insomma, il marcio continua a venire a galla e le cose si fanno sempre più nebulose. Nel 2003, finalmente Avery esce di prigione, ma per lui la questione non è ancora finita. Ha perso 18 anni della sua vita in carcere per un crimine mai commesso, ha perso moglie e figli e nessuno potrebbe ridargli indietro la serenità che avrebbe potuto avere senza quell’accusa infamante. Perciò Avery e i suoi legali iniziano una causa nei confronti della contea, accusata di aver manomesso volontariamente le prove e incastrato il colpevole sbagliato. Steven Avery chiede un risarcimento pari a 36 milioni di dollari; una cifra astronomica e che ancora una volta punta i riflettori dei media addosso a lui e alla sua famiglia, nonché alla piccola contea nello stato del Wisconsin. Poco dopo il rilascio, un altro evento sconvolge la vita degli Avery: Steven viene nuovamente accusato e arrestato. Questa volta le accuse però sono infinitamente più gravi: omicidio, stupro, mutilazione ed eliminazione del cadavere della giovane fotografa Teresa Halbach. Le prove raccolte puntano tutte alla casa di Steven, ma il ruolo chiave della vicenda è affidato al nipote, Brendan Dassey, anch’esso condannato per lo stesso reato. Non voglio svelarvi più di tanto, perché la bellezza di questo documentario sta proprio nello scoprire man mano tutti gli elementi di prova, le sequenze lunghissime in tribunale, le telefonate di Steven e Brendan, le testimonianze televisive ai media del Procuratore Distrettuale e dei legali, le videoregistrazioni, le confessioni estorte e molto, moltissimo altro. Dieci episodi che vi lasceranno un senso di spaesamento, d’ingiustizia, e vi faranno chiedere fino all’ultimo se tutto ciò che avete visto non è solo uno dei molteplici telefilm con una trama fitta e complicata. Purtroppo non lo è, e di casi simili a questo ce ne sono a migliaia in tutto il mondo. Ciò che Making a Murderer vuole sottolineare è come un sistema che dovrebbe essere infallibile, irreprensibile e al di sopra di possibili falle e sbagli, invece è fortemente vulnerabile, influenzabile e spesso percorre la via sbagliata, senza possibilità di controbattere a dovere.

making a murderer

Questa mia recensione non vuole essere un grido d’innocenza, non proprio. “Steven Avery è davvero innocente?” è la domanda che continuo a farmi dal primo episodio fino ad adesso; non è mai facile stabilirlo, non per chi non ha nessuna esperienza in campo giudiziario, ma è davvero possibile che qualcuno ai piani alti della contea di Manitowoc avesse così tanto astio nei confronti di Avery da incastrare un uomo innocente per un crimine così efferato? Making a Murderer non ci dà questa risposta, ma è chiaro che la loro posizione è stabile e tutt’altro che neutrale: Steven Avery è innocente e farebbe di tutto per poterlo dimostrare. Ciò che più mi ha colpito di questo documentario è che mi sono subito immedesimata nei panni di tutti quei carcerati accusati ingiustamente. E ce ne sono, questo lo sappiamo. Continuo a pensare al senso di oppressione, di annientamento dell’anima che si prova in una cella… Sei una persona innocente tenuta prigioniera, non puoi esprimerti né provare a dimostrare la tua innocenza perché, non importa quante volta lo dirai, le prove saranno sempre contro di te. E ti chiudi nel silenzio, magari pensi anche al suicidio come via più semplice per sfuggire a tutto quel casino che ti è piombato addosso. Pensi alle vittime innocenti, alle famiglie, a tutti coloro che non esiterebbero a metterti le mani alla gola se potessero avere un minuto da soli con te, e tu sei inerme, non puoi controbattere. Un intero mondo è contro di te e tu sei talmente piccolo che i tuoi urli disperati sono solo l’eco di una presunta innocenza.

Io non sono sicura che Steven Avery sia innocente, sinceramente non saprei neanche se augurarmelo, e vi spiego il perché, tramite le parole di uno dei suoi avvocati. Una frase che mi ha colpita dritta al cuore, frantumandolo:

There’s a big part of me that really hopes Steven Avery is guilty of this crime. Because the thought of him being innocent of this crime and sitting in prison again for something he didn’t do, and now for the rest of his life without a prayer of parole… I can’t take that. And Brendan Dassey, […] a seriously compromised kid. Scares the hell outta me.

Dean Strang
Avvocato di Steven Avery

Una grossa parte di me spera davvero che Steven Avery sia colpevole di questo crimine. Perché il pensiero che sia innocente e che debba restare in prigione per qualcosa che non ha commesso, e ora per il resto della sua vita senza possibilità di appello… Non ce la faccio. E Brendan Dassey, un ragazzino gravemente danneggiato. Mi spaventa a morte.

Vorrei chiudere questo articolo con alcune novità, in seguito all’uscita di Making a Murderer su Netflix. Ultimamente il caso è ritornato a galla e molti media si sono occupati della storia di Avery; su Internet sono state firmate petizioni su petizioni per la libertà di Steven Avery e di Brendan Dassey. Ovviamente ci sono state anche dichiarazioni contrarie e controverse, come quella del procuratore Ken Kratz sul fatto che la serie non mostrerebbe alcune prove fondamentali per stabilire la colpevolezza di Avery e che, in conclusione, non mostrerebbe obiettività nel raccontare i fatti. Questo documentario mi ha ispirato la visione di The Jinx: The Life and Deaths of Robert Durst, che recupererò presto, e il motivo è che onestamente non credevo che avrei mai trascorso dieci ore della mia vita a guardare un documentario su un argomento che non è esattamente il mio preferito. Il potere di Netflix e del bingewatching, suppongo, fa questo e altro.

Spero di avervi incuriosito con la mia recensione, ma soprattutto consiglio a tutti la visione di questo documentario estremamente interessante, il quale apre gli occhi su questioni che sono e saranno sempre attuali, nella speranza che ci siano sempre meno casi come questo.

Edit del 24/02/16: Italiansubs è lieta di offrirvi i sottotitoli del primo episodio di Making a Murderer. Buona visione!

Silvia Speranza

The following two tabs change content below.

Silvia Speranza

Edel Jungfrau sul forum
Traduttrice/dialoghista per professione, blogger appassionata di makeup e serie TV. Più di ogni cosa, preferisco le serie drammatiche e i period drama: più sono cruente e sconvolgenti e più mi piacciono, ma datemi un manzo vichingo con la barba e farete di me una bimba felice. Blogger dal 2012, spietata correttorA di bozze dal 2014 e traduttrice dal 2015, amo Italiansubs come una seconda famiglia e odio in maniera viscerale la parola "disturbante". Non esiste, deal with it.
3 Commenti
Torna su