Cinema

The Usual Subspects: Italiansubs e la settima arte

Iniziate ad alzare i calici di spumante. Oggi Italiansubs inaugura una nuova rubrica a tema cinematografico: The Usual Subspects.

Ogni quattro settimane uscirà un nuovo articolo e l’obbiettivo sarà molto semplice: portarvi, a cadenza mensile, delle brevissime recensioni cinematografiche, in modo da coprire almeno in minima parte il vasto panorama della settima arte. Ogni articolo conterrà quattro commenti a film, due dei quali tratteranno pellicole del millennio corrente e i restanti delle decadi passate. Qual è il bello di tutto ciò? É l’elemento sorpresa. I film saranno infatti scelti più o meno casualmente tra quelli che abbiamo già visto. La rubrica sarà un potpourri di generi ed epoche diverso e imprevedibile ogni mese. Potrete trovare opere talmente di nicchia da non essere state nemmeno importate in Italia così come pellicole mainstream… cercheremo di accontentare tutti i palati.

Per aprire al meglio le danze ho deciso di selezionare quattro dei miei film preferiti (che qualche cinefilo alle prime armi potrebbe ancora non conoscere), ognuno tratto da un decennio differente. Almeno per questa volta quindi non troverete recensioni negative, spero perdoniate la faziosità.

 

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STRADA A DOPPIA CORSIA, 1971, di Monte Hellman

Il regista Ben Wheatley (Kill List, A Field in England, High Rise – La rivolta) in un’intervista per la prestigiosa Criterion Collection lo ha definito come “il film più gelido mai realizzato”, ed è esattamente la sensazione che ho avuto io guardandolo.

Un road movie atipico, asettico e metaforico incentrato su due giovani californiani (interpretati dai musicisti James Taylor e Dennis Wilson, quest’ultimo batterista dei Beach Boys) che durante uno dei loro viaggi fanno una scommessa con un ricco guidatore (Warren Oates): il primo di loro che raggiunge Washington vince l’auto dell’altro. Nulla di strano fin qui… ciò che rende unico Strada a doppia corsia è come viene narrato questo viaggio. I personaggi non hanno alcuna evoluzione e anzi contraddicono ogni loro intenzione, i dialoghi sono misurati con il contagocce e aboliscono ogni tipo di filosofia o introspezione, la trama non ha alcuno sviluppo lineare, i ritmi sono dilatati fino all’inverosimile e, cosa più unica che rara in un’opera di viaggio, i paesaggi non hanno alcuna importanza o bellezza.

In sintesi: ogni profondità psicologica viene estirpata alla base, ogni emozione scompare di fronte a un’imperante superficialità, ogni forma di bellezza è annichilita da un’apatia cosmica. Il film si pone come metafora della condizione esistenziale post-sessantottina: la perdita di sogni, speranze, limiti e obbiettivi viene così incarnata da un viaggio illogico e infinito, messo in scena con un minimalismo spoglio di ogni forma di retorica. Tutto ciò che rimane è un vuoto incolmabile dal retrogusto acido, a tal punto da riuscire a corrodere la pellicola stessa su cui è impresso. Vedere per credere.

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PUSHER, 1996, di Nicolas Winding Refn

Correva l’anno 1996 quando Nicolas Winding Refn diede inizio a una delle più interessanti trilogie che il cinema ricordi, un periodo stilisticamente opposto a quello della sua svolta estetico-simbolista estrema (ovvero quella delle sue ultime creazioni Solo Dio perdona e The Neon Demon). A quest’opera seguirono Pusher II del 2004 e Pusher III del 2005.

Pusher segue la spirale autodistruttiva di Frank (Kim Bodnia), un piccolo spacciatore di Copenaghen che vive una vita insignificante passata tra bagordi con il suo amico Tonny (Mads Mikkelsen, che sarà il protagonista di Pusher II) e litigi con la fidanzata Vic (Laura Drasbæk). Un giorno accade il disastro: la polizia arresta Frank mentre è in possesso di un enorme quantità di eroina e soldi sporchi, merce appartenente al suo spietato boss Milo (Zlatko Buric, che sarà il protagonista di Pusher III). Inizierà così una corsa contro il tempo per recuperare il denaro perso, prima che Milo uccida lui e tutti i suoi cari.

Primo film di una trilogia esistenziale, violenta, crudissima e incredibilmente poetica. Refn non prova in alcun modo a rendere simpatici i suoi personaggi, anzi, li mostra nel loro squallore immorale. La regia e la recitazione sono in linea con questo pensiero, pur essendo sporche e dirette riescono a non sembrare mai finte. Ciò che colpisce nell’anima è l’immensa debolezza umana che il film trasuda: i personaggi sono tutti criminali, violenti, iracondi, impenitenti, ma prima di tutto sono esseri umani con sogni e desideri. Nulla cambia da un fallito come Tonny a un pazzo omicida come Milo, i quali a turno diventeranno protagonisti. Questo perché non c’è alcun antagonista e non c’è alcun eroe: sono tutte anime perdute in cerca di un briciolo di felicità. Riusciranno mai a trovarla? Il regista non offre risposte, gli spettatori devono interpretare a modo proprio ognuna delle (indimenticabili) inquadrature conclusive.

Un pezzo del mio cuore ancora oggi è rimasto nelle sporche e sanguinose strade di Copenaghen, e sono certo che anche il vostro lo sarà dopo che avrete visto questa tragedia moderna.

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IN THE MOOD FOR LOVE, 2000, di Wong Kar-wai

Non credo di esagerare definendola una delle storie d’amore più poetiche mai impresse su pellicola.

Dopo le polverose strade della Route 66 e i degradati sobborghi di Copenaghen questa volta approdiamo nella Hong Kong del 1962. Protagonisti il giornalista Chow Mo-wan (Tony Leung Chiu-Wai) e la segretaria Su Li-Zhen (Maggie Cheung), due vicini di casa che scoprono di essere stati traditi dai rispettivi coniugi. Tra i due inizierà così ad accendersi un inaspettato amore, che potrà forse dare un un nuovo senso alle loro vite fino ad allora sospese tra sogni e routine alienanti.

La parola chiave di In the Mood for Love è “delicatezza”. Il film racconta un amore astratto ed etereo, intangibile in ogni senso: non vedrete lunghi e travolgenti baci né tanto meno scene più esplicite. Ogni tocco, ogni carezza, ogni parola sono pesati per avere il maggior impatto emotivo possibile sia sui personaggi che su noi spettatori. I due protagonisti sono infatti persone bloccate nelle emozioni, nella vita lavorativa, nelle ambizioni e nel loro stesso corpo. Ogni dettaglio viene amplificato dalla loro attenzione, conferendo nuovi significati a situazioni normalmente banali: una sigaretta spenta, una nube di fumo che aleggia nell’aria, un secchio d’acqua trasportato… tutto acquista un peso emotivo inedito. Ciò è accentuato da una regia asfissiante che utilizza unicamente inquadrature geometriche per chiudere i personaggi all’interno di un perfetto mosaico di oggetti e cornici. La chiave di volta di tutto è però il montaggio, che mai come in questo caso dà forma al tutto: dilata il tempo fino ad annullarlo (letteralmente) e spezza qualsiasi linearità infarcendo la narrazione di buchi ed ellissi.

Nonostante il film contenga molte interessanti riflessioni filosofiche, sociali e persino storiche, credo fermamente che il cuore pulsante di In the Mood for Love si trovi nelle atmosfere e nelle emozioni sottocutanee che trasmette. Per questo non aggiungerò altro se non: buona visione.

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THE DOUBLE – IL SOSIA, 2013, di Richard Ayoade

Tutti conoscono Richard Ayoade per la parte di Maurice Moss in The IT Crowd, ma in pochi sanno che è anche un regista straordinariamente dotato. The Double è la sua seconda opera, dopo il debutto alla regia nel 2010 con Submarine.

Il film si basa esplicitamente su Il sosia di Dostoevskij, che narra la storia di un impiegato statale (interpretato qui da Jesse Eisenberg) che viene portato alla follia dopo che si è visto usurpare la vita da un misterioso doppelganger. Il romanzo russo, già adattato svariate volte, è in questo caso calato in un futuro distopico e trattato con forti venature di black humour tipicamente inglese, associate a una narrazione thriller dal ritmo serratissimo. Non aspettatevi però un film commerciale! Ayoade porta il tutto su livelli artistici grazie a una regia lucida come poche, una fotografia espressionista e un montaggio straripante di idee. Originale anche la messa in scena: l’interpretazione di Jesse Eisenberg può ricordare quella di molti film di David Lynch per il suo “surrealismo statico”.

Il suo punto di forza è quello di poter essere apprezzato da ogni tipologia di spettatore: da quello più distratto e casual (difficile non farsi trascinare dal ritmo vorticoso delle scene), al più attento critico cinematografico. Non stiamo parlando di un capolavoro, ma si tratta senza dubbio di una piccola perla di un giovane autore che necessita di essere recuperata.

 

Conoscevate già questi film? Ne avete scoperti di nuovi? Fateci sapere cosa ne pensate dei commenti! Suggerimenti e richieste sono inoltre sempre ben accetti.

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Alessandro Tranchini

Studente di Cinema, Media e Pubblicità a Milano. Amante di serie televisive, fotografia, letteratura e musica, con un'insaziabile passione per il cinema. Dal 2010 presente su Itasa come scroccatore recidivo di sottotitoli, dal 2012 come utente fisso e dal 2014 come blogger. Serie preferite? Scrubs e Oz: il Sacred Heart Hospital e l'Oswald State Penitentiary sono le sue seconde case.
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