Cinema

Rogue One: A Star Wars Story – La Recensione

Un nuovo pezzo della celebre saga creata nel 1977 da George Lucas è finalmente giunto nelle sale cinematografiche di tutto il mondo, date il benvenuto a Rogue One: A Star Wars Story.

L’ARTICOLO CONTIENE SPOILER MINORI SUL FILM

Fino a cinque anni fa, chi non era sazio delle due trilogie uscite per il cinema poteva limitarsi a fare due cose: sognare o affidarsi a quel bellissimo caos concepito da papà Lucas che era l’Universo Espanso. Poi è successo: Disney ha comprato Lucasfilm e nel giro di poco tempo ci siamo ritrovati ben due nuovi film sotto l’etichetta Star Wars (e altri quattro in arrivo nei prossimi anni). Il primo è stato Il Risveglio della Forza (aka Episodio VII), primo capitolo di una nuova trilogia sequel, uscito a dicembre 2015 e firmato J.J. Abrams. Il secondo, approdato in sala solo qualche giorno fa, è proprio Rogue One: A Star Wars Story. Questa volta si torna nel passato, precisamente qualche giorno prima dell’inizio di Episodio IV: Una Nuova Speranza, e la mente dietro tutto è Gareth Edwards (Monsters; Godzilla). Qual è il risultato?Rogue_One_01

Se Il Risveglio della Forza era un tributo al passato, infarcito di meta narrativa e di una Morte Nera di troppo, e con la speranza (che speriamo si concretizzi) di rilanciare la saga verso il futuro, Rogue One: A Star Wars Story è la fan-fiction definitiva su Star Wars. Che Gareth Edwards fosse uno di quelli che con Star Wars ci sono cresciuti e ne hanno fatto una cifra stilistica era cosa ben nota a tutti. Lo si era capito dalle sue interviste, da un certo gusto per la fantascienza classica presente nei suoi due precedenti film e certamente ne troviamo conferma nel suo primo (e speriamo non ultimo) contributo alla saga di Star WarsRogue One: A Star Wars Story è il lavoro di un appassionato, una di quelle storie su cui si fantastica da bambini, nella quale eroi del cuore e piccoli personaggi ignorati dai più rimescolano le carte della nostra avventura preferita. Questo, applicato a un film con tutti i lati positivi e, di conseguenza, i limiti del caso.

Rogue One: A Star Wars Story risulta essere forse il capitolo più “indie” e originale della saga immaginata da George Lucas. A partire dall’assenza della classica “sfilata di titoli” iniziale, Edwards opera scelte registiche piuttosto inusuali per il canone, variando sugli schemi narrativi e sperimentando nuove tecnologie all’avanguardia (riportando in vita Peter Cushing e il suo Tarkin e ringiovanendo Carrie Fisher nel ruolo di Leia Organa, entrambi con risultati ammirevoli). Finalmente si ha l’impressione di essere spettatori e protagonisti di una galassia vasta e variegata, nei suoi ambienti come nelle sue culture. Esperimento fallito da Abrams con Il Risveglio della Forza, per altro. Si passa dalle lande fredde e solitarie dell’Islanda, che danno il volto al pianeta natale di Jyn Erso (Felicity Jones), ai deserti della Giordania per la superficie sabbiosa di Jedha, per finire nei paradisi oceanici e caldi delle Maldive, qui travestite da colonia imperiale. In questa carovana di situazioni e ambienti, seguiamo il nostro improbabile gruppo di eroi nella missione suicida di rubare i piani della Morte Nera per consegnarli all’Alleanza Ribelle. E proprio il gruppo è il punto di forza del film. In assenza del misticismo Jedi degli episodi precedenti, Edwards concentra tutto il suo Rogue_One_02impegno nel costruire una squadra forte e in grado di imprimere un marchio nell’immaginario collettivo. Fra questi, troneggia il duo asiatico composto da Donnie Yen e Jiang Wen, due ex guardiani di un tempio Jedi, e il divertentissimo robot disertore K-2SO (interpretato da Alan Tudyk). Personaggi a cui ci si affeziona con una rapidità sorprendente, accompagnandoli fino al tragico epilogo finale che, seppur prevedibile, lascia tramortiti e affascinati. In questo senso Edwards centra perfettamente il compito della pellicola: raccontare una piccola, grande storia di eroi quotidiani (e meno importanti di imperatori, Jedi e Sith) le cui azioni cambieranno per sempre il destino di un’intera galassia. Tematica sviluppata nella storia quanto nelle immagini. Difficilmente si resterà indifferenti quando ai nostri eroi toccherà l’impervio compito di correre fra enormi AT-AT imperiali, all’ombra di spettacolari battaglie stellari fra Star Destroyer e X-Wing. O, nel caso della sequenza finale, quando assisteremo a una fatale “staffetta umana” per il passaggio dei piani della Morte Nera mentre un’infuriato Darth Vader darà sfoggio delle sue doti oscure. È una storia di uomini, della forza che li muove e della speranza che li unisce.

Seppur Rogue One: A Star Wars Story sia quindi un film inusuale e coraggioso, non sempre funziona come dovrebbe. La seconda metà ricca di azione e momenti iconici, che non disdegna di mettere in scena una delle più grandi operazione belliche del cinema di fantascienza, arriva dopo una prima parte piuttosto lenta e sconnessa. Forse appesantita dalla necessità di dover presentare tutti i membri della squadra Rogue Uno. Si avverte, inoltre, una certa tendenza a voler ripercorrere sentieri del passato, che molti potrebbero giustamente infilare sotto la lapidante etichetta di “fan-service”. Certo, si è più che disposti a fare uno sconto per questi capitoli antologici ma lo stesso, confidiamo nella Forza, non dovrà verificarsi con i futuri episodi sequel. Il troppo stroppia, come si dice.

La visione di Star Wars prosegue quindi la sua avanzata sotto la direzione Disney. Il risultato è ancora una volta soddisfacente e impattante, Edwards mette in scena uno degli episodi più movimentati del franchise ma trova comunque il tempo per costruire scene iconiche (come la “staffetta umana” sotto i colpi mortali di un infuriato Darth Vader) e, persino, per qualche strizzatina d’occhio agli strenui fan dell’ormai vecchio Universo Espanso (riesumando il castello di Vader e i cristalli Kyber). Tuttavia si ha l’impressione (già suscitata da Il Risveglio della Forza) che si stia giocando sulla difensiva, sfornando storie facili e forse eccessivamente “nostalgiche”. Il rischio è di smarrire per strada quel senso di piacevole straniamento che accompagnava il lavoro di Lucas, sempre mirato al futuro e all’innovazione. Nella speranza che queste parole diventino un monito per Rian Johnson (regista di Episodio VIII) e tutta la crew operante dietro il marchio Star Wars: che la Forza sia con loro (e con noi).

E voi, cosa ne pensate?

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lost2010

Itasiano grazie a Lost e X-Files dal 2009 e blogger dal 2014. Tentata (ma presto abbandonata) la via delle Scienze Umane e dell'Antropologia, mi sono lanciato nella Grafica Pubblicitaria, studiando contemporaneamente Sceneggiatura per Fumetto. Sono un nerd a 360 gradi, mastico di tutto. Pur conservando una certa predilezione per la fantascienza e il soprannaturale.
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