Cinema

The Usual Subspects: Febbraio 2018

Appuntamento di febbraio 2018 con i consueti quattro consigli cinematografici, due tratti dal ‘900 e due dal terzo millennio. Ecco i titoli:

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IL DIRITTO DI UCCIDERE, 1950, di Nicholas Ray

Per gli amanti del noir il film di cui stiamo parlando non dovrebbe nemmeno essere presentato. Si tratta di una delle migliori opere che il genere abbia partorito: Il diritto di uccidere, di Nicholas Ray.

Una prima particolarità della pellicola è che ha una trama estremamente sottile e poco sviluppata, al contrario della maggior parte dei noir classici in cui è quasi doveroso far perdere lo spettatore nei meandri di intrighi, doppi o tripli giochi, mezze verità e continui ribaltamenti della storia (è sempre efficace citare il caso de Il grande sonno, in cui lo stesso scrittore Raymond Chandler non conosceva la risoluzione della trama). In questo caso l’attenzione è focalizzata invece sulle atmosfere e sull’esplorazione psicologica del protagonista: l’instabile e violento sceneggiatore Dixon Steele, interpretato da un Humphrey Bogart mai così oscuro e impenetrabile, comparabile al massimo con la sua spietata performance ne Il tesoro della Sierra Madre. La trama è incentrata sulla storia d’amore che nasce tra Dixon e Laurel Gray (Gloria Grahame), la sua vicina di casa, dopo che un misterioso omicidio fa incrociare le loro strade. Il rapporto tra i due diventerà via via più morboso, possessivo e violento, rilevando l’anima dello sceneggiatore nella sua oscurità e contraddittorietà.

Ho avuto la fortuna di partecipare a una masterclass tenuta da Adrian Wootton (CEO della British Film Commission e di Film London) in cui si discuteva anche di questo film, e Wootton ha citato una chiave di lettura poco spesso utilizzata per analizzare la pellicola. Il rapporto tra i due protagonisti infatti ricalcherebbe quello avuto durante la produzione del film tra il regista Nicholas Ray e sua moglie che, guarda caso, era la stessa attrice Gloria Grahame. Tra i due si era instaurato lo stesso clima di tensione e supremazia maschile del film, con un contratto che la Grahame era stata costretta a firmare in cui sosteneva che “suo marito avesse il diritto di comandarla dalle 9 di mattina alle 18 di sera, e che il giudizio e il volere di Ray fossero in ogni caso superiori al suo”. Si tratta pressoché di un contratto di schiavismo lavorativo, psicologico e umano, a cui si aggiungono ulteriori tensioni dovute al fatto che nessuno sul set dovesse sapere della loro separazione in corso. Bogart può così essere verosimilmente considerato l’alter ego del regista, in una sovrapposizione di piani narrativi e meta-cinematografici che rendono l’opera ancora più nebulosa di quanto già lo fosse.

Una grandissima opera che ogni amante del noir dovrebbe recuperare.

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LOLA CORRE, 1998, di Tom Tykwer

Ai tempi dell’uscita fu massacrato dall’intera critica italiana (la cui anima profondamente conservatrice e anti-stilistica non poteva tollerare un film come questo), mentre a livello internazionale veniva acclamato e candidato a decine di premi. Oggi Lola corre è considerato un cult assoluto del cinema tedesco dell’era “post-muro”, ovvero seguente alla caduta del Muro di Berlino.

Il soggetto del film non è particolarmente originale, si fonda sull’idea ormai abusata del “time loop”, ossia una narrazione in cui determinati personaggi rivivono lo stesso periodo temporale più e più volte (l’esempio più classico e celebre di tale espediente è quello di Ricomincio da capo con lo stesso giorno ripetuto decine di volte) approntando più o meno vistose modifiche a eventi ricorrenti in ogni linea temporale. Ciò che rende interessante l’opera è la sperimentazione visiva, sonora e di montaggio. La trama infatti non offre chissà quali inattesi scossoni narrativi: le tre linee temporali parallele/alternative che costituiscono lo scheletro della pellicola seguono la protagonista Lola (Franka Potente) che deve trovare in venti minuti 100.000 marchi, per evitare che il suo fidanzato (Moritz Bleibtreu) compia una rapina per saldare un debito contratto per sbaglio con un gangster locale. Le tre storyline pongono Lola di fronte a diversi bivi per giungere a tale risultato.
Come si era detto, ciò che merita è come questa storia viene narrata. Innanzitutto è impossibile non citare la colonna sonora e il relativo montaggio audio: a dominare la scena è prima di tutto l’onnipresente e martellante musica techno, la perfetta rappresentazione del ritmo elevato che il film mantiene, nonché della modernità cinematografica di cui vuole essere un simbolo. A essa vengono giustapposti improvvisi silenzi, che rendono la presenza musicale ancora più tesa e asfissiante.

La sperimentazione visiva è però il perno centrale di tutto. La critica italiana si era scagliata contro il film perché vedeva le tecniche impiegate come una riproposizione di un videoclip in formato lungometraggio, in quanto Lola corre contiene slow-motion, split screen, stop-motion (utilizzata per rivelare le vite future dei personaggi secondari in ogni realtà), tagli rapidi ed evidenti (all’opposto di un classico montaggio invisibile), carrellate velocissime e persino sequenze animate. Ciò che era sfuggito ai critici è che tutto questo è contenuto in universo narrativo omogeneo, non sono tecniche scollegate senza una coerenza di fondo. Vengono semmai utilizzate all’unisono per creare qualcosa di maggiore della somma delle parti: la destrutturazione temporale del film non è così applicata solo nella storia, ma nelle stesse tecniche puramente cinematografiche che contraggono il tempo fino all’impossibile (con i flashforward in stop-motion) e poi lo dilatano fino al parossistico (con le interminabili carrellate laterali che pedinano Lola mentre corre lungo tutta Berlino).

Non bisogna di certo aspettarsi un capolavoro di sottotesti ed esplorazione filosofica, stiamo parlando di un prodotto apertamente commerciale e di intrattenimento che non vuole prendersi troppo sul serio. Quello che vuole mostrare però lo mette in scena in una maniera unica, ed è questo il motivo per il quale ancora oggi viene visto e ricordato.

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UBRIACO D’AMORE, 2002, di Paul Thomas Anderson

Abbiamo Adam Sandler che interpreta un imprenditore schizofrenico che vende sturalavandini, il cui principale obbiettivo nella vita è accumulare budini per ottenere un milione di miglia di volo gratis. Il suo personaggio un giorno si innamora di un’introversa donna, mentre un gruppo di ignoti lo ricatta attraverso una hot-line. Questa è la trama di Ubriaco d’amore: sono condensati elementi sufficienti a renderlo uno dei prodotti più trash e scadenti che il cinema possa offrire… invece abbiamo Paul Thomas Anderson alla regia, e il miracolo accade. Ecco uno dei film romantici più originali che l’attuale millennio abbia offerto.

La trama è in sostanza quella sopracitata: si alternano le vicende di Barry (Adam Sandler), il quale combatte contro la sua schizofrenia e gli attacchi violenti di cui soffre, mentre si barcamena tra i rapporti con le asfissianti sorelle, la storia d’amore con Lena Leonard (Emily Watson) e i tentativi di estorsione da parte dei gestori di una hot-line telefonica dopo che Barry l’aveva contattata solo per parlare e attenuare il senso di solitudine. Ciò che rende memorabile la pellicola, tralasciando ovviamente la straordinaria regia di Anderson (su cui si possono trovare centinaia di analisi in rete a dimostrazione di quanto sia stratificata e sofisticata), sono due aspetti: la recitazione di Sandler e la colonna sonora di Jon Brion.
Per quanto riguarda la prima c’è poco da dire se non che si tratta della miglior performance della carriera del comico. Nei primi minuti può apparire eccessivamente caricata e sopra le righe, ma diventa presto chiaro invece che Anderson è riuscito a domare l’indole cafona di Sandler e plasmarla a suo piacimento. Qualunque regista riesca nell’impresa di rendere credibile, e per nulla stupida, una scena in cui Adam Sandler balla mentre acquista tonnellate di budini dimostra automaticamente di avere un talento assoluto.
Il secondo elogio va, come si era detto, al lavoro sonoro di Jon Brion che ha avuto ripercussioni sulla trama stessa. L’idea di utilizzare l’armonium (un organo di piccolo formato) sia per la colonna sonora che per la trama, come uno dei simboli del personaggio di Barry, proviene da Brion in persona. I brani che ha composto sono spiazzanti, le sonorità sono alienanti: in bilico tra la cacofonia e la musica barocca, per rappresentare la violenta confusione mentale ed emotiva del protagonista. Pura schizofrenia impressa su un pentagramma. Non c’è da stupirsi naturalmente, i film di Anderson sono celebri anche grazie al montaggio sonoro sperimentale e ragionato come pochi altri (a tal proposito rimando ai primi 90-100 minuti di Magnolia che sono una lezione di cinema). Ciò permette alle sue opere di avere un’andatura e un ritmo a loro modo unici e personali, proprio grazie a queste sperimentazioni sonore che sono ben distanti dalle rassicuranti e standardizzate colonne sonore hollywoodiane come possono essere quelle di John Williams e altri compositori come lui.

Non fatevi ingannare dalle premesse e date un’occasione a Ubriaco d’amore se già non lo avete fatto, nonostante il triste titolo italiano ne vale davvero la pena.

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FORZA MAGGIORE, 2014, di Ruben Östlund

In attesa di recuperare l’ultima acclamata opera di Ruben Ostlund, The Square, voglio consigliare come ultimo lungometraggio del mese il suo penultimo film.

Forza maggiore è ambientato nelle Alpi della Francia, dove una famiglia svedese si ritrova a passare le vacanze invernali. In un giorno come tanti, una coppia di genitori e i loro due figli si trovano a mangiare sul terrazzo dell’hotel, dove poco dopo sopraggiunge una valanga. La madre (Lisa Loven Kongsli) tenta di soccorrere i figli proteggendoli, come l’istinto materno insegna, mentre il padre (Johannes Bah Kuhnke) fugge dopo aver preso il suo cellulare e gli occhiali. Si scopre poco dopo che la valanga non ha causato gravi danni né vittime, ma sia i bambini che la donna si rendono conto che quello che era considerato come il “patriarca” non è nemmeno rimasto a proteggerli, preferendo darsela a gambe. Da questo punto fondamentale nasce la straniante critica al concetto di mascolinità moderna, una decostruzione del machismo nell’epoca del femminismo nonché una frecciata all’individualismo radicato che prorompe negli attimi maggiormente inaspettati e umanamente genuini.

Molto interessanti sia la regia che la recitazione, restituiscono un’impostazione teatrale (accentuato dal fatto che il film sia ambientato quasi per intero all’interno dell’hotel, rimandando a quell’unità di spazio-tempo propria del teatro e non del cinema) senza mai scadere nel cosiddetto “teatro filmato”. Si tratta di un’impostazione che viene declinata con un’assoluta personalità dal regista, sia nella messa in scena che nella messa in quadro, che sono quanto di più distaccato e glaciale si possa immaginare. L’interesse è sempre mantenuto stabile grazie a una struttura narrativa altrettanto originale che non ricalca i granitici tre atti drammatici ma preferisce una progressione “fluida”, in cui ogni scena porta a quella successiva senza dover far quadrare ogni minima scena (rifiuto quindi della soprannominata “struttura a orologio”, in cui avvenimenti, scene e colpi di scena sono posizionati con precisione millimetrica per costruire un impianto speculare tra le due metà del film).
Ciò che rimane della pellicola è soprattutto il suo acume, la sua sottilissima ma penetrante acidità. Aldilà se il film funzioni o meno, se riesca o no a reggere il peso della sperimentazione registica e narrativa, il soggetto alla base rimane di un’originalità rara e focalizza ottimamente le contraddizioni che la società porta avanti nella rappresentazione stereotipata dei sessi. Essa è una forma circoscritta di una più vasta casistica di maschere sociali, le quali (come ben sappiamo, fin dai tempi di Pirandello) impiegano pochi secondi per essere sbriciolate ed enormi energie per essere ricostruite.

Da consigliare a chiunque voglia un dramma psicologico alternativo, e chiunque apprezzi le atmosfere gelide e dal retrogusto surreale tipiche del nord Europa.

 

Come sempre fateci sapere nei commenti se avete visto i film, cosa ne pensate e se avete proposte per i futuri numeri della rubrica!

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Alessandro Tranchini

Studente di Cinema, Media e Pubblicità a Milano. Amante di serie televisive, fotografia, letteratura e musica, con un'insaziabile passione per il cinema. Dal 2010 presente su Itasa come scroccatore recidivo di sottotitoli e dal 2014 come blogger. Serie preferite? Scrubs e Oz: il Sacred Heart Hospital e l'Oswald State Penitentiary sono le sue seconde case.

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