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Transparent – limiti e confini d’identità

Jil Soloway, insieme ad Amazon, quest’anno ci ha regalato due gioielli del panorama seriale: la quarta stagione di Transpartent e la prima di I love Dick.
Transparent riesce a essere una serie sempre viva, mai noiosa, quasi psicanalitica, perché, sebbene sembri narrare vicende che hanno avere a che fare con la tematica del genere e del transgender, in realtà scende a fondo nei meandri psicopatologici di uno dei luoghi mentali e reali più affascinanti della realtà umana, la famiglia. E la sentenza è ogni volta, stagione dopo stagione, inappellabile: la famiglia è il nostro codice genetico, è storia e futuro, è radici e sradicamento, è memoria ed evoluzione. La famiglia è una dinamica che ci abita dentro, una voce silente con cui ognuno di noi quotidianamente dialoga, litiga, lotta, negozia. Un capitolo che non si chiude mai, ma che si suddivide ogni volta in sotto paragrafi, fino a creare alberi e rizomi che portano lontano, ma con sempre qualcosa di legato e allacciato a quel nocciolo originario.

transparent_4La famiglia Pfefferman è l’esacerbazione del profilo della famiglia patologica, ma forse anche di quella normale. Gli Pfefferman sono l’insieme dei dubbi, degli intoppi, delle turbe, dei non-detti che popolano le realtà familiari, con l’aggravante di essere intrisi di tutte le distorsioni e le patologie derivanti dalla post-modernità che stiamo vivendo e che ci attraversa in pieno, impietosa e tagliente. Confusione dei ruoli parentali, indeterminatezza sessuale, incapacità di amare, insofferenza alle responsabilità, invadenza della privacy, incertezza dei rapporti genitoriali, virtualizzazione delle relazioni sociali. In una parola: confusione.

La quarta stagione si svolge per la maggior parte nella terra che per antonomasia rappresenta la confusione, l’ambiguità dei confini: la Palestina. Gli Pfefferman sono americani ebrei, e compiono un viaggio alla ri-scoperta di questa terra tanto estranea quanto originaria; solo che per loro è Israele, e non la Palestina. Ali, il personaggio più in crisi di questa quarta stagione, sarà anche quello che, nella biforcazione tra occupanti e occupati, tra israeliani e palestinesi, sembra propendere per questi ultimi, come se fosse proprio in Cisgiordania la fonte dell’ambiguità straziante che la abita e comincia a emergere alla sua coscienza. Un’ambiguità ereditaria, la sua, verrebbe da pensare. Come ereditaria è l’ambiguità che israeliani e palestinesi tramandano ai propri figli, generazione dopo generazione.

transparent _ShellyIn questa quarta stagione di Transparent protagonista assoluta è l’identità, il suo auto ed etero riconoscimento, le sue spaccature. Josh (Jay Duplass) convive con il fantasma interiore di Rita e con ciò che lei gli ha rubato, ossia virilità e autodeterminazione sessuale; Ali (Gaby Hoffmann) è alle prese con il proprio orientamento sessuale, croce e delizia di tutti gli Pfefferman; Sarah (Amy Landecker) è impegnata in un ménage à trois che concretizza esattamente le sue paure peggiori, perdere stabilità e amore coniugale, in un perfetto crescendo masochista; Maura (Jeffrey Tambor) affronta il trauma dell’abbandono paterno; Shelly (Judith Light), finalmente, sembra compiere il salto dell’autoaccettazione proprio passando dal riconoscimento del più grande dei traumi, e anche grazie al teatro che riesce a tirar fuori il suo lato più sicuro e forte. Ognuno di loro, in sostanza, è impegnato in un costante dialogo interiore che a singhiozzi si riflette sul ménage familiare, talvolta vomitando sugli altri le proprie tempeste interiori, altre volte cercando un timido conforto. La famiglia sembra essere sempre un porto sicuro, dove però al contempo è impossibile trovare pace, trovare una ricomposizione delle crisi personali, poiché essa stessa è crisi.

Il tema sonoro fondante della stagione è la canzone “Everything’s alright”, il cui significato (è tutto a posto) sembra essere una rassicurazione nei confronti di ciascuno dei protagonisti, bisognosi di sentirselo dire, di trovare un’indicazione di percorso, un orientamento di senso.

La relazione di coppia di Sarah e Len sembra uscita da “Amore liquido” di Bauman: un amore inesistente e spacciato per “libero”, quando in verità è mancante della base dell’Amore, e cioè il voler vedere l’altro per ciò che è e non come semplice proiezione delle proprie smanie e necessità. Il personaggio di Shelly è delicatissimo e profondo, ricordandoci come non ci sia età per conoscere la verità custodita dentro se stessi.

israel_transparentLo sfondo di Israele e la questione palestinese sono il tema più interessante dell’intera stagione, tanto per il già accennato dualismo del concetto di limite e confine, quanto per voler fare luce su una caratteristica tanto comune quanto eccessivamente stereotipata di molti ebrei americani, ossia il tema delle origini e la banalità con cui spesso si parla di Israele come madrepatria, ignorando tutta l’altra metà della questione, ossia l’esistenza di esseri umani che vivono come prigionieri in casa propria.

E cosa sono gli Pfefferman se non prigionieri di se stessi e di quelle che riconoscono o disconoscono come proprie origini, tendenze, marche identitarie?

Il malessere che traspira da tutta la stagione è quello della crisi perenne, della richiesta di senso, della fame di conforto; e il suo intrecciarsi continuo con la sapidità della malinconia, reso magistrale dal mix di colonna sonora e fotografia, porta lo spettatore a riflettere, piangere e compiangersi, per quei dilemmi che, in fondo, sono di tutti, e che da sempre accompagnano l’uomo nella sua corsa alla felicità… sempre un passo davanti a noi.

Valeria Susini

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Lola23

Lunatica, incasinata, perennemente indecisa, una ne faccio e mille ne penso. Quattro elementi chiave della mia vita: Famiglia, Mare, Etna, Scrittura. Le serie TV sono il Quinto Elemento, una vera e propria dipendenza, meglio farsene una ragione. Le mie preferite? Non chiedetemelo! Vabbè, ve ne dico 3: Six Feet Under, The Wire, Treme... Mad Men! Ah sono 4... Ve l'ho già detto che non so decidere?
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