Girls

GIRLS – Hanna & Lena: negoziazioni sull’identità

Cinque anni di GIRLS, terminati con un dolce suono di suzione esattamente tre mesi fa. Cinque anni in cui mentre conoscevo Hannah, conoscevo Lena, per passare a conoscere me stessa. Una ragazza attraversa la caotica postmodernità nell’ancor più caotica città di New York, barcamenandosi tra precarietà, relazioni disastrose, dubbi, fobie, fallimenti, costruzione del futuro e disperata ricerca di sfuggire alla propria solitudine interiore, e insieme a lei le sue tre amiche. Con Hannah siamo passati dalle manie ossessivo-compulsive allo più strenuo egotismo narcisistico, dalle risa al pianto, dalle cavolate madornali alle prese di responsabilità.

Lena Dunham_Hannah

Lena Duhnam, insieme alla co-produttrice Jenni Konner, ha avuto l’indiscusso merito di raccontare la vita, soprattutto femminile, dei millennial della società odierna con estremo realismo, senza edulcorare alcunché, senza sconti: diretta e cruda. Il pregio (uno dei tanti) di questa serie è di aver dato il nome giusto alle cose innominabili, a quelle che non si vogliono ascoltare né raccontare, alle intercapedini ombrose e incoerenti della vita delle donne che neanche loro riescono a spiegare a loro stesse. Il perché dell’aver fatto sesso con una persona del tutto inutile o non meritevole, la scomparsa intermittente della propria dignità lungo il corso di una vita, le contraddizioni inspiegabili, i dubbi divoranti, la lotta eterna con il proprio corpo, la malinconia che piomba addosso improvvisa e avvolge come un maglione di lana in una notte gelida e nevosa, calda presenza ma spesso scomoda. La creatrice di GIRLS ci ha raccontato la scomodità di essere donna, la sensazione invalidante di non sapere e non potere uscire dal proprio corpo, per abbandonarne i vincoli e le zavorre, per non ascoltarne più la voce. Con Hannah ci siamo aggirati nei vicoli di New York come tra i meandri della nostra psiche, trovandovi paure, quelle più comuni ma che spesso rimangono inespresse. La paura del divenire, del doversi costruire un futuro da soli, basandosi sulle proprie capacità, la paura di non saper essere all’altezza, di non saper tenere sotto controllo tutto ciò che serve per restare a galla, per essere “integrati” nella società di oggi: relazioni, amicizie, contatti, lavoro, vita privata, e l’ineludibile rapporto con se stessi (un dialogo solipsistico spesso sfiancante).

Girls_Hannah breastfeeding

Hannah Horvath è una cosiddetta millennial, generazione di giovani nati tra gli anni ’80 e gli anni duemila, ossia, come è evidente, una non-categoria, che pertanto si cala perfettamente nei non-luoghi delle nostre non-società di questi non-tempi. Su una cosa sono (quasi) tutti d’accordo però, a proposito dei millennial: sono figli dell’era dell’incertezza, per loro il concetto di futuro si estende dalla settimana prossima fino al mese prossimo, non oltre. Non conoscono il concetto di sicurezza o di posto fisso, non hanno idea di cosa possa essere l’età pensionabile, non conoscono cosa sia il welfare state e hanno letto solo nei libri di storia delle famose lotte sociali che riconobbero diritti che oggi, in nome del dio mercato, nessuno di loro probabilmente conoscerà mai. Tutto questo trapela perfettamente dalla meravigliosa e spontanea serie TV scritta e diretta da Lena Duhnam. Se al pacchetto di cui sopra aggiungiamo il dono/fardello dell’essere donna in una realtà così intricata e complicata, in un mondo che, non raccontiamoci frottole, parla al maschile, ecco che ci troviamo di fronte a quattro donne che ci raccontano cosa significa essere donna e giovane in un mondo vecchio e dominato dal mix micidiale di tre fattori: uomini, denaro e fretta. Accanto al personaggio di Hannah abbiamo osservato le vicissitudini di Shoshanna (Zosia Mamet), Jessa, (Jemima Kirke) e Marnie (Allison Williams), quattro ragazze per raccontarci tutto il casino femminile dell’identità in un mondo che un’identità ben precisa non ce l’ha più. Come ho già scritto precedentemente, l’identità è proprio il fulcro della narrazione in GIRLS: la preoccupazione di definirsi prima per sé e poi agli occhi degli altri (o a volte il contrario). Perché proprio dalla definizione d’identità passa la nostra collocazione in questo mondo. E che impresa, ragazzi!

La sesta e ultima stagione di GIRLS ci ha portato all’ultimo step di un percorso di crescita, primo di tante future evoluzioni. La sorpresa della stagione è che proprio Hannah, la più inguaiata, la più narcisista, la più perplessa di tutte compie la parabola di crescita più matura: la maternità. Hannah si “sdoppia” e lascia “morire” il proprio attaccamento narcisistico a se stessa, e così rinasce facendo nascere. Decide di portare avanti una gravidanza scegliendo di tuffarsi nei dubbi, nelle paure e sì, di farsene sommergere, perché è l’unico modo per vivere, non ce ne sono altri. Le paure, il proteggersi da tutto e da tutti, il tentare di assicurarsi costantemente di stare bene, e che tutto andrà bene, porta alla paralisi. Ce lo racconta la stessa Lena Dunham nel suo libro autobiografico Non sono quel tipo di ragazza, pubblicato nel 2014, in cui, dopo aver passato in rassegna la sua germofobia , l’ipocondria, l’ansia sessuale, il dolore e l’angoscia che l’hanno accompagnata a intermittenza lungo tutta la vita, scrive: «L’ipocondria. L’intensità della mia reazione alla morte e la mia incapacità di mollare l’argomento una volta che veniva tirato fuori in una conversazione di gruppo. Il mio bisogno di far presente a tutti che quell’ora sarebbe arrivata anche per loro. La mia necessità di meditarci sopra, non è che quest’apparente paura è in realtà il frutto di un qualche istinto di restare giovane per sempre? (…) E allora ogni volta che penso alla morte, quando me ne sto sdraiata a letto e immagino di disintegrarmi, con la pelle che mi si accartoccia e i capelli che si impietriscono e un albero che mi sbuca fuori dallo stomaco, è un modo per evitare quello che ho davanti. Un modo per non essere qui, per evitare le incertezze del presente.» La graduale presa di coscienza dei propri problemi e della realtà da parte di Lena va di pari passo con la crescita interiore di Hannah. Molti, anche se non tutti, i tratti di Hannah sono quelli di Lena. E nella sesta stagione notiamo proprio la svolta, l’evoluzione decisiva: la vita è vuoto presente, e per starci bisogna tuffarcisi dentro, senza eccessive speculazioni, senza troppe protezioni ed elucubrazioni. E, guarda un po’, il vuoto è quello che alla fine riempie. E non riesco a trovare metafora migliore di quella della gravidanza: un vuoto che diventa pieno e che svuotandosi lascia doppie. Se non è questa la folle meraviglia della vita (e della donna), cos’altro lo è?

Girls_Hannah

E c’è di più, il figlio di Hannah sarà un maschietto, e proprio lei si stupirà, pensando a come, immersa nelle sue problematiche tutte femminili, potrà crescere un bambino. E invece credo che quella del figlio maschio sia stata una scelta narrativa voluta e ponderata dalla Dunham. Perché il maschietto è l’ultimo tassello per completare la presa di coscienza del personaggio di Hannah; è il punto di vista esterno, è l’Altro, il di fuori da sé e da tutto quell’universo femminile che da solo rischia di fornire visioni parziali della vita, e a volte anche soffocanti. Tutto questo mi ha portato alla mente il bellissimo pezzo di Natalia Ginzburg sulle donne e sul pozzo in cui ogni tanto cadono. «Le donne – scrive la Ginzburg – hanno la cattiva abitudine di cascare ogni tanto in un pozzo, di lasciarsi prendere da una tremenda malinconia e affogarci dentro, e annaspare per tornare a galla: questo è il vero guaio delle donne. (…) La tendenza a cascare nel pozzo e trovarci una possibilità di sofferenza sconfinata che gli uomini non conoscono forse perché sono più forti di salute o più in gamba a dimenticare se stessi e a identificarsi col lavoro che fanno, più sicuri di sé e più padroni del proprio corpo e della propria vita e più liberi». E, forse, è proprio quello il valore di quel piccolo maschietto che alla fine si attacca al seno di Hannah: l’altro punto di vista, quello che può aiutare a dimenticare se stesse, ogni tanto, e a vivere e basta, più libere.

Girls_episode 9

Ed è con la sesta stagione che si concludono anche le trame intrecciate delle quattro amiche, nel penultimo episodio, finale collettivo della serie. La scena girata nel bagno è esemplare, topica: ognuna andrà per la sua strada, spezzando il cordone, rompendo la rete di protezione, la co-dipendenza e procedendo per altre strade, verso nuovi orizzonti, tutti diversi, da sole. Non c’è il lieto fine che magari qualcuno ha desiderato; perché GIRLS è narrazione di vita verosimile, non è una commedia romantica (e se qualcuno ancora si lamenta per la storia tra Adam e Hannah, o sul finale in generale, può schiarirsi le idee sulle intenzioni autoriali di Dunham e Konner in questo articolo). Jessa, Hannah, Shosh e Marnie sono partite insieme, post adolescenti e hanno concluso un percorso da donne, rispondendo a quello che la vita spesso impone, ossia la necessità di procedere e crescere da soli. Quella che era la comitiva adolescenziale si spezza, mantenendo intatti i valori, gli affetti, certo, ma ognuna per la sua strada, o per lo meno così ci lascia intendere il finale. L’affetto si preserva, ma il futuro chiama e non si può più essere l’una la stampella dell’altra. Un  vero rapporto di amicizia è quello in cui non c’è dipendenza, ed è per questo che, dopo un primo periodo di convivenza inverosimile, Marnie e Hannah si dividono: perché l’amicizia matura procede anche a distanza, lasciando spazio all’individualità di ciascuna di germogliare secondo desideri e inclinazioni separati. All’inizio della storia ognuna era lo specchio dell’altra e le reciproche relazioni erano fatte di narcisismo-altruismo ad intermittenza; la conclusione della storia ci fa vedere invece la capacità di specchiarsi da sole, guardarsi negli occhi e decidere di continuare per la propria strada.

GIRLS_Marnie and Hannah

Qualcosa si è rotto, e va bene così. Ma attenzione, la capacità di intraprendere un percorso, di scegliere l’orientamento da dare al proprio futuro, non è una cosa semplice, indolore, netta e indiscutibile. Altrimenti, sì, sarebbe una commedia romantica. La scelta di Hannah, ad esempio, di diventare madre, di lasciare New York, di scegliere un lavoro stabile non è una scelta fatta a cuor leggero, con un sospiro di sollievo. No, la sua è una scelta sottoposta a vaglio e dubbi lungo tutto il percorso, con tanto di crisi, rimpianti e paranoie ancestrali. Ed è questo l’aspetto realistico di GIRLS, il saperci raccontare la vita vera, le incoerenze, le paturnie, i dubbi costanti che avvolgono la vita delle persone normali. La paura di diventare madre, di assumere su di sé la responsabilità di una vita non è una cosa che si supera una volta per tutte e da quel momento in poi tarallucci e vino, tutta festa. La paura di essere madre, probabilmente, ti accompagna a lungo, se non per sempre e quindi i dubbi ci stanno, eccome. Ma si sopravvive comunque. E ovviamente il divenire madre non è la panacea a tutti i mali del mondo: non si fanno figli per risolvere i propri problemi personali. E questo, Lena Dunham ce lo fa arrivare dritto e chiaro: Hannah è titubante, spaventata, i suoi primi approcci con il bambino sono tutt’altro che poetici e romantici, sono drammatici, sofferti, completamente confusi… sono umani! Semplicemente il divenire madre di Hannah sembra finalmente calarla nella realtà, quella in cui tutti hanno problemi e non solo lei, come le ricorda la mamma; quella realtà in cui invece di analizzare e analizzarsi costantemente e ossessivamente, si vive e si cerca di rimanere a galla, facendo del proprio meglio. E ciò che cala improvvisamente Hannah nella realtà è l’incontro con quella che sarebbe potuta essere lei cinque anni fa: una ragazza che piange e scappa da casa perché sua madre la obbliga a fare i compiti. In quell’attimo, Hannah, comprende chiaramente e banalmente di essere madre, di capire perché una mamma possa essere interessata, fino a combattere strenue lotte quotidiane, all’interesse del proprio figlio e del suo futuro.

Girls_Hannah and her mother

GIRLS è una serie sulla femminilità, non c’è dubbio. Nello stress da allattamento a cui è sottoposta Hannah si legge l’intento autoriale di riflettere sull’aggressività e la pressione che le donne stesse esercitano l’una sull’altra, la competitività sterile e controproducente sul miglior modo di essere madre, lo sfiancante paragone io/tu su come allattare, su come sentirsi, su cosa è meglio fare.

Insomma, GIRLS è veramente un compendio di riflessioni psicologiche e sociologiche imperdibile, prezioso. E per questo sarò sempre grata a questa stupenda donna per aver dato un nome e un’immagine a tutti i casini che attraversano i nostri corpi e le nostre vite, a tutte le pressioni e le ansie a cui ci sottopongono e spesso ci sottoponiamo. E ovviamente è una serie che gli uomini dovrebbero assolutamente guardare, che ve lo dico a fare!

Si potrebbe continuare a parlarne per ore. Impossibile non accennare almeno alle incredibili interpretazioni dei fenomenali personaggi di Adam Sackler (Adam Driver) e Raymond “Ray” Ploshansky (Alex Karpovsky). Vi lascio con due consigli: il recupero o il rewatch di tutte e sei le stagioni di fila, e la lettura di Non sono quel tipo di ragazza, un libro che mi ha divertita, illuminata e rincuorata. Corro a rivedere la prima stagione! Fateci sapere nei commenti cosa ne pensate.

Valeria Susini

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Lola23

Lunatica, incasinata, perennemente indecisa, una ne faccio e mille ne penso. Quattro elementi chiave della mia vita: Famiglia, Mare, Etna, Scrittura. Le serie TV sono il Quinto Elemento, una vera e propria dipendenza, meglio farsene una ragione. Le mie preferite? Non chiedetemelo! Vabbè, ve ne dico 3: Six Feet Under, The Wire, Treme... Mad Men! Ah sono 4... Ve l'ho già detto che non so decidere?
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