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Mad Men: avere o essere? – Le cose migliori nella vita sono gratis.

Da sette anni ci sdraiamo sul lettino dello psicanalista insieme a Donald Draper e ogni volta scaviamo sempre più a fondo, cadiamo, ci sporchiamo Don Draper sul sofàma scopriamo quegli elementi assolutamente necessari per risollevarci ed operare un reale cambiamento su noi stessi. L’analisi fa male, si sa. E se non fa male non stai cambiando. Donald Draper e l’alter ego fantasmagorico Dick Whitman, invece, si fanno male giorno dopo giorno, attraversano la fase del diniego, quella dell’autocommiserazione, quella della rabbia e, dopo sei lunghe stagioni, approdano alla quiete dopo la tempesta, alla tabula rasa dopo aver toccato veramente il fondo e aver perso ciò che (apparentemente) Don ha di più caro: la dignità professionale.

Eppure Matthew Weiner ci sorprende ancora una volta e ci rende chiaro come la vera svolta psichica di Don stia proprio nell’aver realizzato che non è la sua professione la cosa più importante. Non è all’“avere” che ci si può aggrappare per trovare un senso a questa vita, ma all’”essere”, inteso nelle sue svariate accezioni: essere uomo, essere umano, essere buono, essere empatico, essere umile, essere amato. Don Draper si è riempito di ogni cosa: donne, alcol, droghe, autocompiacimento, narcisistica umiliazione dei suoi colleghi. Ma niente di tutto ciò lo ha mai veramente appagato e dopo ognuna di queste affannose corse per raggiungere il “premio”, si accorgeva che il premio non c’era. È l’eterna storia di chi cerca di colmare i propri buchi interiori con qualche surrogato esterno, sia esso il fidanzato, i tradimenti, lo sballo e così via. Ma se il buco sei tu nessuno può riempirti, anzi i confini frastagliati delle tue mancanze andranno sempre più allentandosi rimanendo inascoltati e incontrollati.

Don Draper - infanziaA radi momenti di introspezione Don ha sempre contrapposto raptus illogici di tracotanza e cieca boria. Cominciamo a vedere una vera svolta alla fine della sesta stagione con il suo flashback logorroico, in cui esce il vero Dick che è in Don, dove l’infanzia ha la meglio sulla repressione autoimpostasi e presenta il conto. E sebbene quella svolta la pagherà amaramente, è lì che finalmente Don guarda allo specchio Dick e può avviarsi per la sua strada, dopo aver preso coscienza delle sue origini, dell’inevitabilità di certe scelte operate in passato, dopo aver trovato la pace che ha erroneamente cercato ovunque tranne che in se stesso. Esemplificativa, infatti, è la scena di chiusura della sesta stagione, in cui Don porta i propri figli (il futuro) a vedere la casa in cui Dick è cresciuto (il passato). È qui, e solo qui, che finalmente Don opera una ricongiunzione tra le sue due metà; tra quello che ha sempre voluto avere, quello che era e quello che è.

Peggy and Don - Burger ChefSolamente una volta che Don è passato dal riconoscimento del suo verso essere l’avere sarà ben più facile, come ci dimostra il finale del mid-season della settima stagione. Dopo aver arrancato per mesi, essersi umiliato (con grande incredulità da parte di tutti gli spettatori) pur di tornare a lavoro, aver visto tutti passargli davanti e trattarlo con sufficienza, Don lascia la presentazione di Burger Chef, quella in cui lui avrebbe dovuto realizzare il magistrale rientro in scena guadagnandosi nuovamente la devozione di tutta l’agenzia, a Peggy. E sarà, finalmente, questo “lasciare” ad operare su Don l’azione curativa e catartica di cui aveva bisogno. Nel momento stesso in cui Don “lascia”, acquista dignità, benessere, logica, equilibrio. Peggy, d’altra parte, finalmente avrà modo di raccogliere i frutti del proprio operato, a riscatto di tutte quelle donne iper-qualificate che, oggi come sempre, cercano e attendono, spesso invano, la soddisfazione professionale e l’affrancamento sociale.

Il settimo episodio di questa magnifica stagione contrappone sapientemente due facce della stessa medaglia: arrivare/andare via (Armostrong che mette piede sulla luna, Bert che muore), ottenere/perdere (Peggy che ottiene la propria soddisfazione, Don che lascia la presa).

Adesso, e solo adesso, dopo aver perso anche la parvenza di una vita matrimoniale, dopo aver ceduto la propria onnipotenza professionale, Don sembra essere più libero. E quella libertà sembra tornargli utile nella nuova rimonta che aspetta l’intera agenzia capeggiata da Don, Ted e Roger. Come a dire “quando meno te l’aspetti, la vita ti ripaga”. Bisogna morire alla vita, per vivere veramente.

Don Draper piangeChe dire? Magari farò imbestialire i puristi della letteratura, ma mi prendo la piena responsabilità nell’asserire che Mad Men non è soltanto un ottimo prodotto seriale e televisivo, ma è proprio uno dei più bei prodotti letterari degli ultimi decenni. L’intera serie è un lavoro di cesellatura di dettagli minimi ma eloquenti, nulla è dichiarato o “spiattellato”, semplicemente ogni filone narrativo è auto-evidente e vive di vita propria, senza la necessità di un narratore o di un osservatore onnisciente. Mad Men, come ogni prodotto letterario che si rispetti, ha una valenza semantica che accompagna per un lungo periodo della sua vita lo spettatore/lettore, insegna, è carico di valenze simboliche e morali, pur non tralasciando mai elementi comico-grotteschi e sarcasmo. Donald Draper è un personaggio degno dello spessore di Walter Berglund (in Libertà, di Franzen), o di Dick Diver (in Tenera è la notte, di Fitzgerald), o ancora di Alexander Portnoy (ne Il lamento di Portnoy, di Philip Roth) e non mi riferisco a similitudini contenutistiche, ma al valore e alla struttura del suo personaggio, frutto del tempo che è passato dalla prima stagione a quella attuale, frutto di una maturazione autoriale.

Bert Cooper

Come se non bastasse, la chiusura dell’episodio “Waterloo” viene lasciata alla fantasmagorica apparizione di Bert Cooper (un fantastico quanto ancora atletico ottantatreenne Robert Morse) che dedica il suo personale commiato a Don, cantando “The best things in life are free”, le cose migliori nella vita sono gratis. Ancora una volta, non è necessario “avere”, perché tutto quello che serve per essere felici è già lì, nelle piccole cose, non costa niente, basta avere occhi per vederlo.

 

 

 

Valeria Susini

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Lola23

Lunatica, incasinata, perennemente indecisa, una ne faccio e mille ne penso. Quattro elementi chiave della mia vita: Famiglia, Mare, Etna, Scrittura. Le serie TV sono il Quinto Elemento, una vera e propria dipendenza, meglio farsene una ragione. Le mie preferite? Non chiedetemelo! Vabbè, ve ne dico 3: Six Feet Under, The Wire, Treme... Mad Men! Ah sono 4... Ve l'ho già detto che non so decidere?
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