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Treme: Jazz, Indiani e Carnevale!

Treme castTreme è uno spettacolo, un manuale da leggere e rileggere, un attento lavoro di osservazione socio-antropologica. E con questo potrei chiudere, perché, in realtà, di fronte a siffatto capolavoro, ogni parola risulta essere riduttiva. Ma poiché devo motivare, vi racconto perché secondo me Treme è una serie da vedere assolutamente. Non succede niente, quindi è inutile che prendiate pop corn e birra e vi posizioniate di fronte al vostro PC in attesa di una svolta dell’intreccio. Perché non ci sarà. E in effetti non si legge un manuale con l’intenzione di trovarvi suspense o adrenalina, ma lo si apre per capire, per avere delle risposte, per sviluppare una più profonda empatia con certe condizioni umane, che spesso si sconoscono. D’altronde David Simon, il creatore della serie, nonché creatore e scrittore del capolavoro indiscusso The Wire, è fatto così. Lui studia, scende in strada, si apposta, si mescola alla gente del posto, pratica un’osservazione partecipante e dopo qualche anno ci regala una delle sue perle (non a caso è scrittore, giornalista e produttore televisivo). Treme è stata scritta da Simon insieme ad Eric Overmyer ed è andata in onda su HBO dal 2010 al 2013; comprende quattro (magnifiche) stagioni, di cui la quarta è stata considerata come miniserie conclusiva avendo solo cinque episodi, ed è candidata agli Emmy 2014 con quattro nomination.

Le vicende narrate riguardano New Orleans dopo l’uragano Katrina del 2005 che ha devastato parte della Louisiana ed in particolare New Orleans. Si parte dalla prima stagione ambientata nei tre mesi dopo la tragedia, e si finisce con la quarta stagione e i trentotto mesi successivi all’uragano.  Treme è un quartiere povero di New Orleans particolarmente devastato dalla calamità… come a dire “al peggio non c’è fine”. La serie, però, non si concentra morbosamente sui particolari della catastrofe, bensì fa luce sulle vite degli abitanti di Treme e di New Orleans in generale, ed in particolare sui loro tentativi di ricostruire una vita più o meno normale, da soli, senza aiuti governativi e spesso, anzi, contro tutte le beffe del sistema. Un sistema burocratico tortuoso, kafkiano e spesso, troppo spesso, corrotto fino al midollo. Un sistema dove i morti non sono altro che l’ennesima occasione per fare soldi, per approfittare di sovvenzioni che spariscono, o che vengono solo annunciate.

Guardians of the Flame emerge from Poke's Tavern to start St. Joseph's NightLa serie racconta in particolar modo la vita e le peripezie di un’avvocatessa, una cuoca, una barista, un trombonista, un jazzista contemporaneo, un DJ, una violinista, un imprenditore rampante e una comunità di Mardi Gras Indians. Cosa? Eh già, sì, gli Indiani. Io personalmente non ne sapevo niente. Ma grazie a questa serie stupenda ho scoperto che la Louisiana è uno Stato con una grande comunità di Indiani, per la maggior parte afro-americani, che ha mantenuto viva la propria tradizione folkloristica e culturale. Tradizione che prende forma per eccellenza il giorno del Martedì Grasso, per Carnevale insomma: il cosiddetto Mardi Gras, in francese perché le lingue ufficiali dello Stato sono inglese e francese. La comunità degli Indiani si basa su una serie di tradizioni e segreti meticolosamente custoditi e tramandati di generazione in generazione. Durante tutto l’anno cuciono appassionatamente e religiosamente i loro abiti per la sfilata del Mardi Gras; la sera e nei weekend si riuniscono tutti gli appartenenti a una determinata tribù (ce ne sono diverse) e, capeggiati dal proprio Big Chief (il Grande Capo), cuciono mentre intonano canti tradizionali o ascoltano il jazz tipico di New Orleans. Il Big Chief si dedica alla realizzazione del proprio abito e in particolare della propria corona, elemento distintivo. Il grande giorno, poi, escono e sfilano, con i loro coloratissimi piumaggi, per le strade al suono di tamburelli e di urla tribali, e se si incontrano con altre tribù si sfidano simbolicamente con movenze da combattimento e con una particolare modulazione delle voci, il tutto in una lingua sconosciuta e assolutamente segreta. Uno spettacolo meraviglioso.  Esistono, poi, numerose festività minori in occasione delle quali gli Indiani non mancano di sfoggiare le proprie caleidoscopiche creazioni artigianali. Nella serie, il magistrale ruolo di Big Chief Albert Lambreaux è interpretato da Clarke Peters.

La particolarità di New Orleans è che la tradizione degli Indiani, quella del Jazz e quella del Carnevale convivono in un mix stupefacente di usanze, colori e passioni. Nei giorni del Carnevale, per tutta New Orleans sfilano i carri, dai più tradizionali a quelli più irriverenti, dai quali vengono lanciate collane di perline colorate di tutte le dimensioni, e lo scopo di chi assiste ai margini del carro è arraffare il maggior numero di collanine. Tutti si travestono, ogni anno viene dedicato tempo e ingegno al nuovo travestimento: bimbi, adulti, anziani. È un diktat.

Antoine Batiste Treme

E in tutto questo, la serie Treme, ci fa vedere come si inserisce il jazz, una religione che scorre nelle vene degli abitanti di New Orleans, dai neri ai bianchi, sebbene i neri la facciano da padrone a livello di maestria e padronanza dell’arte. Il jazz non è quello suonato nei club con tanto di cocktail alla mano di spettatori, bensì è quello improvvisato, sudato e suonato per strada, e non solo per soldi, ma anche e solo per semplice passione. È così che vediamo Antoine Batiste, uno dei protagonisti di Treme, interpretato dal magico Wendell Pierce (protagonista anche di The Wire), camminare sempre con il suo trombone sotto braccio, senza custodia, sgangherato ma indistruttibile, e improvvisamente accodarsi a una parata, detta Second Line, per suonare fino alle prime ore del giorno seguente. Per essere precisi, la parata dei suonatori è la “Main line” o “First line”, mentre la Second Line è la sfilata di tutti coloro che seguono i suonatori e che ballano nelle retrovie creando una magnifica scia danzante. Il jazz che ci fa vedere Treme è quello povero, quello suonato da chi ce lo ha nell’anima, da chi preferisce non andare dal dentista pur di risparmiare denaro per riparare il proprio trombone. Ogni angolo di strada a New Orleans è occupato da musicisti e da nugoli di curiosi e appassionati che si godono la musica con qualsiasi condizione meteorologica. A New Orleans persino i funerali sono impregnati di jazz, un modo per curare l’anima… come meglio si può.

Fema - TremeMa Treme ci racconta anche e soprattutto la miseria, la solitudine e la condizione di abbandono in cui versano tutti gli abitanti di New Orleans, che devono barcamenarsi tra la corruzione di una polizia quasi onnipotente, la latitanza dell’amministrazione Bush e della FEMA (Federal Emergency Management Agency, la Protezione Civile statunitense) e il nonsenso della burocrazia. Dopo la tragedia, infatti, la maggior parte della popolazione viene praticamente esiliata, e chi resta lo fa di propria spontanea volontà, senza alcuna assistenza e spesso sfidando la stessa legge. Come avviene nel caso delle case popolari rimaste intatte dopo Katrina, ma evacuate e sigillate nonostante in perfetta sicurezza. Perché? Perché in questo modo si giustifica lo sblocco di denaro per dei progetti di housing sociale che verranno avviati dopo quasi quattro anni e con risultati più fittizi che reali, tra appalti e subappalti torbidi e soprattutto incuranti delle persone senza tetto.

Una particolarità è rappresentata dalla sigla, con il bellissimo brano “Treme Song – Main title version”, in cui logo e immagini cambiano ad ogni stagione, raffigurando il graduale riassesto dell’intera comunità. Si andrà dalla scritta “Treme” tutta scalcinata ad una sistemata e ridipinta… nella speranza che duri!

Treme funeral lineVedremo la continua lotta interiore tra chi resta e chi vorrebbe restare ma non riesce o non resiste. Tra chi va e chi sente di dover restare. Perché New Orleans non è una città americana come le altre, è una città magica verso cui gli abitanti nutrono un amore viscerale e malinconico, un legame indissolubile, questo, che si incide nel loro patrimonio genetico e culturale. Molti di loro, infatti, sentono un richiamo verso la propria città fatta di ricordi ma anche di tradizioni e al contempo devono fare i conti con tetti che cadono, tubature e impianti elettrici di fortuna, buche sempre più profonde per le strade e quartieri fantasma.

Poi arriva Obama… e la speranza torna a farsi sentire, soprattutto in una comunità con una fortissima presenza di afro-americani… tutto sembra poter cambiare, o forse no. Ma anche solo la speranza che il solito medesimo scenario possa anche lievemente cambiare porta nuova verve, un sorriso e un “chissà?!”… E meglio non si potrebbe spiegare se non con le parole di uno dei favolosi protagonisti, Davis:

Ehi, sapete come a volte sentite una canzone che avete sentito milioni di volte… e magari vi siete pure stufati di sentirla, ma stavolta… forse perché vi è successo qualcosa, o perché ora capite qualcosa… Risentite quella canzone, magari in una nuova versione, magari no… Ma capite che c’è un mondo tutto nuovo da ascoltare?… Già… Anche a me.

Ho detto tanto, ma anche niente. L’unica cosa da poter fare è tuffarvi in questa serie, soffrire e gioire con i protagonisti. Vi lascio con il brano intro di questo capolavoro. Buon ascolto e buona visione!

Valeria Susini

 

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Lola23

Lunatica, incasinata, perennemente indecisa, una ne faccio e mille ne penso. Quattro elementi chiave della mia vita: Famiglia, Mare, Etna, Scrittura. Le serie TV sono il Quinto Elemento, una vera e propria dipendenza, meglio farsene una ragione. Le mie preferite? Non chiedetemelo! Vabbè, ve ne dico 3: Six Feet Under, The Wire, Treme... Mad Men! Ah sono 4... Ve l'ho già detto che non so decidere?
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